Il rispetto nell'era degli smartphone

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Martedì mattina, come ogni giorno in settimana, prendo il treno per andare al lavoro.

Le carrozze, dopo il Coronavirus non sono più così affollate come un tempo. Tuttavia una certa dose di sgomitate è comunque necessaria per entrare a far parte del favoloso mondo del pendolare e per poter allegramente scansare la folla di gente che, appena si aprono le porte, diventa un unico organismo recalcitrante.

Punto un posto libero e mi accomodo dopo un sapiente slalom nonostante la mia stazza da cestista; finalmente posso tirare un sospiro di sollievo.

Il treno riparte regalandoci favolosi momenti di strattonatura e pochi secondi dopo squilla, ad un volume altissimo, il cellulare dell'uomo di fronte a me.

Il tizio lo lascia tuonare allegramente per almeno quindici eterni secondi come se non riconoscesse la suoneria ed io mi chiedo cosa stia aspettando. Poi con fare altezzoso risponde e inizia a cimentarsi in una conversazione animata con il suo interlocutore.

Parlano di un documento da firmare con una certa urgenza. Di una commessa che sarebbe saltata se Tizio non avesse fatto questo o Caio non avesse fatto quest'altro. Ovviamente il tutto è accompagnato da un gesticolare concitato ed ogni tanto da qualche pugno sul poggiolo del sedile che precede una bestemmia.

Ora... non mi piace origliare le conversazioni altrui ma il tizio ha usato toni davvero degni di un tenore alla Scala di Milano. Oltre a me, dotato di cuffie per ascoltare in santa pace Rusted Wheel dei Silversun Pickups, l'avrà sentito anche il capo treno nella locomotiva distante tre carrozze dalla nostra.

Costui ha sbraitato per almeno una decina di minuti e l'ho profondamente odiato per questo. Al mattino non sono particolarmente propenso alla sopportazione e per almeno cinque minuti ho valutato l'opportunità di tirargli una sberla in pieno viso o cambiare di posto e magari carrozza.

Ho alzato il volume nelle cuffie e quando siamo arrivati a Porta Susa il tizio era ancora al telefono. Mi alzo per scendere maledicendo quella cafonaggine ed una volta uscito dalla stazione mi dirigo in ufficio.

Una volta arrivato, racconto l'accaduto ad un paio di persone e pochi minuti dopo il cellulare di un altro collega, che nel frattempo era andato in bagno, squilla come la fanfara di paese in un giorno di festa. A quel punto, non ve lo nascondo, ho davvero pensato di andare a tirare il computer su quel cellulare stile scena di un film.

Il collega torna quando il cellulare smette di suonare. "Sempronio" gli fa notare che l'hanno cercato ma lui guarda il display, annota mentalmente il nome, ma non richiama. Dopo pochi minuti il cellulare riprende a squillare di prepotenza ed il collega aspetta almeno dieci secondi prima di rispondere per poi esordire con un allegro quanto roboante:

Ciao! Ma come stai? Come hai passato il weekend?

Eh no, questo è troppo! Mi alzo, vado davanti a lui e gli dico:

Chiedigli anche come sta moglie, figli e cane ma fai che metterlo in vivavoce così sentiamo anche lui.

Il collega mi guarda stizzito ma non replica. Abbassa il tono di voce e si alza per uscire dall'ufficio.

Ora mi e vi chiedo: ma perché al telefono la gente rincoglionisce? Qual'è il meccanismo che spinge talune persone a non comprendere che stanno disturbando coloro che sono vicino a loro ed il minimo che possono fare in un luogo affollato è abbassare la suoneria ed il tono di voce?

Io, ad esempio, tengo sempre il cellulare in muto. Lo smartphone è collegato al mio smart watch (tra l'altro pure un Fitbit di fascia bassa) che mi avvisa con tre vibrazioni se c'è una chiamata in arrivo e con una vibrazione se c'è un messaggio.

Se poi ricevo una chiamata o rispondo con un tono basso oppure mi alzo per andare a parlare in un salottino.

Ci vuole molto ad essere educati?
Si, ok, questa settimana sono polemico ma fra poco arriva il weekend e le camminate in montagna... Almeno la non dovrei trovare gente al telefono

Origine delle immagini:


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