CONOSCERSI AI TEMPI DI TWITTER

stella87s(62)
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S

È il 6/6/12.
È sera.
È estate.
È un nuovo cellulare.
È un nuovo social.

Non lo uso tanto, ce l’ho lì in attesa di trovare il tempo da perdere tra cinguettii e hashtag.
Arriva un bip, fastidiosissimo. Devo cambiare questa suoneria irritante. Meglio il mac, va. Mi collego. Vediamo chi è.

M.S.. mmh non lo conosco.. e mi chiede cos'è questo nuovo social network che ho scoperto per caso stamattina durante una di quelle ricerche assurde che mi tocca fare in ufficio… ok rispondiamo.

Parte un botta e risposta a furia di 140 caratteri: figoilnuovosocial!/didovesei/chefai/quantiannihai/chelibrileggi/chefilmguardi/cheserietvsegui/ e, incredibile, le risposte sono le stesse che daresti tu.

E ti ritrovi a parlare con un perfetto sconosciuto, un nuovo amico virtuale di cui, oltre alle parole scritte sullo schermo, non conosci altro. A blocchi di 140 caratteri, ti ritrovi a parlare fino a tardi. A scambiare informazioni, opinioni, idee, propositi, speranze. E un tweet inviato per soddisfare una curiosità diventa un pretesto per conoscersi meglio. E a quelli di quella sera se ne aggiungono tanti altri, altre sere, altri pomeriggi, altre mattine.

È un po’ come tornare ai tempi in cui si aveva un’amico di penna, un corrispondente con cui ti scambiavi periodicamente lettere rigorosamente scritte a mano.

Butti nero su bianco, tasto dopo tasto, quello che hai dentro e lo invii a uno sconosciuto che però, forse, può recepire i tuoi messaggi meglio di altri potenziali confidenti in carne e ossa.

E così, persone sconosciute ti conoscono meglio di persone in cui ti imbatti ogni giorno e con cui ogni giorno ti vedi, parli, “comunichi”, o almeno ci provi.

E così, riesci a farti capire meglio da chi non hai mai visto che da chi vedi quotidianamente.
È un ottimo schermo per la timidezza, avere tutti questi schermi dietro cui nascondersi.
Togli i freni, non pensi di fare brutte figure, non ti imbarazzi e, se lo fai, se arrossisci non si vede.
Se vuoi dire qualcosa, puoi pensare bene a come scriverlo, puoi rifletterci su, puoi dirlo dopo aver pensato esattamente alla forma in cui volevi esprimere quel determinato concetto. Quando si parla non puoi farlo, c’è più spazio per le emozioni e meno per i ragionamenti.

Mi piace parlare con M. Mi piace chiedergli consigli e dargliene. Mi piace ascoltare le storie che mi racconta, le sue avventure, i suoi giri per il mondo. Perché condividendo, viaggio un po’ insieme a lui e mi convinco che forse è la cosa giusta da fare.

M
Sogni, amori, lavoro,… ma di quante cose parlo con S.? Giorno dopo giorno la conosco sempre meglio. È una ragazza in gamba. Parla mille lingue, suonava il pianoforte, le piace leggere. Mi spiace abbia trovato un lavoro in cui non vengono messe in risalto le sue qualità. Lascialo accidenti!

È iniziata così. Un’amicizia ai tempi di Twitter. Uno scambio di muti cinguettii virtuali in un mondo assordante, caotico e rumoroso. Un conoscersi per caso in una piazza invisibile, come cinque anni fa ci si sarebbe conosciuti alla fermata dell’autobus, sbirciando il libro che leggeva la persona ferma in attesa accanto a noi.

Ora si sbirciano i link, e da lì si inizia a chiacchierare, a scoprire persone che sarebbero i nostri migliori amici, nella vita reale.
Si annullano le distanze, eppure quelle fisiche rimangono.

L’ostacolo che si presenta nel passaggio da un mondo di schermi, parole digitate e link a una realtà fatta di carne ossa, risate, sorrisi, sguardi, chiacchiere infinite è la distanza, quella reale.

Qualche centinaio di chilometri e talvolta un oceano ci dividono da persone con cui passeremmo volentieri la maggior parte delle ore delle nostre giornate, che invece si trovano sacrificate a personaggi improbabili e poco affini ai nostri gusti in fatti di persone che vale la pena frequentare.

E poi, un giorno, le distanze si annullano.

Non è il 6/6/12, è il 7/6/13. Un anno dopo, eccoli lì:

Una giornata di sole, l’andirivieni incessante di una stazione ferroviaria, il traffico e due ragazzi che, dopo un anno passato a parlarsi delle proprie vite, si incontrano.

Qualche viso rosso, qualche gesto imbarazzato, sorrisi, chiacchiere, e poi ti trovi a tuo agio e inizi a parlare dal vivo come parlavi dietro uno schermo. Ora però ci sono le voci, gli accenti, le espressioni, i modi di comportarsi, di sorridere, di guardarsi e il quadro si completa.

Lo sfondo è un’arena millenaria, un sole blu acceso, qualche nuvola di passaggio, un tuffo nel passato, un sorridere nel presente, uno sperare, progettare e sognare nel futuro.

Ci sono cose che devono accadere. Momenti che vanno vissuti. Esperienze che vanno fatte, percorsi che vanno intrapresi per giungere a un momento che, in ogni caso, sarebbe arrivato. Perché, a quanto pare, quel momento doveva accadere.

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