Ora io, zitta zitta, da povera insegnante di Latino e Greco e quindi per definizione una minus habens praticamente in tutto ciò che non riguardi storia, sintassi e retorica, avrei voluto prendere la parola e dire che qualcosa sul mondo delle cripto - come affettuosamente le chiamiamo qui su Steemit - la so anch'io, anzi, ne possiedo un micro gruzzolo che in questi ultimi tempi si è pure dimezzato, porca paletta. Invece, appunto, ho scelto il silenzio perché, non avendo affatto una risposta sulla questione, per una qualche mezzora mi sono sentita in colpa come una monatta che va in giro a diffondere morbi e a consumare le povere risorse dell'ecosistema.
Quindi che cosa ho fatto? Mi sono documentata, ovviamente. Innanzitutto interpellando i miei badanti digitali, i quali intanto mi hanno rassicurata e poi mi hanno indirizzato ad approfondire leggendo articoli molto interessanti come questo, questo, o questo, che vi consiglio caldamente, se come me foste incuriositi dal tema e non ne sapeste nulla. L'estensore del primo testo, Michael J. Casey, ammette che in effetti ad oggi il consumo dei numerosi server sparsi per il pianeta per garantire la macchina della block-chain è decisamente alto: si stima un consumo annuo intorno ai 35 TWh, praticamente una Danimarca o, a essere più cauti, una Bolivia. Roba enorme. Però, lui dice, bisogna anche porsi la domanda "compared to what?": chi crede nel futuro della block-chain come alternativa al mondo delle transazioni bancarie o amministrative tradizionali sa anche quanto costi attualmente quel mondo in termini energetici, cosa che invece i più non tengono in debito conto. Non so voi, ma io, per dire, tendo ad essere tra quei più.
“La fondamentale follia dell’affidarsi alla moneta d’oro e d’argento, che assolve solo a una funzione simbolica, assorbe risorse reali nella sua produzione ed è per questo che sarebbe intelligente sostituirla con valuta di carta”.
Eccoci ora qui nell’era dell’alta tecnologia informatica, dove la gente pensa sia intelligente, anzi all’avanguardia, creare una sorta di moneta virtuale la cui creazione richiede uno spreco di risorse reali, una metodologia che già Adam Smith considerava sciocca e fuori moda nel 1776."
Sono le parole di Paul Krugman, Nobel per l'Economia, non proprio uno sprovveduto come me. Quindi?
Altra questione di grande peso, risponde Casey, è l'evoluzione velocissima della tecnologia, che ha portato in pochi anni novità impensabili fino a un paio di decenni fa. Quindi se è vero da un lato che il prezzo sempre più alto di Bitcoin potrebbe portare ad un consumo esorbitante, superiore addirittura al consumo degli USA nel 2019, questo stesso meccanismo costringerebbe il network a trovare fonti alternative di energia.
E veniamo quindi alla finestra di speranza che queste letture mi hanno aperto: non solo mi sono un po' tranquillizzata sulle mie responsabilità e su quelle di tutti noi, ma ho visto persino balenare l'ipotesi che in un futuro non troppo futuribile la necessità di "minare" criptomonete potrebbe innescare un circolo virtuoso che spinga i produttori di energie rinnovabili a velocizzare la ricerca e l'efficienza dei loro impianti. Quanti di voi sanno, ad esempio, dell'esistenza di Solarcoin? Si tratta di un'iniziativa della Open Currency Association, basata su un'idea semplice e forse geniale: più energia viene prodotta da un impianto fotovoltaico, più Solarcoin quell'impianto permette di guadagnare al suo proprietario.
Quindi la block-chain salverà il mondo? Ai posteri l'ardua sentenza, diceva quello. Intanto però, mentre aspetto trepidante la vostra opinione, vi lascio con un'immagine benaugurante per una buona domenica di prima primavera e per un futuro più intelligente.