Ricordi (non così lontani) della dittatura

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Per un italiano che arriva in Cile, colpisce realizzare che un periodo studiato nei libri di storia, quello della dittatura di Pinochet, rappresenti un ricordo ancora vivido nella memoria delle persone.
Per un trentenne come me, il periodo del fascismo e della guerra in Italia sono memorie tipiche dei nonni. Mio nonno paterno, ad esempio, leva 1913, mi raccontava di quando era militare, dell’8 settembre 1943, dei rancori e delle faide – mai del tutto dimenticate e superate - tra partigiani e camice nere all’interno del suo proprio paese.
Qui in Cile, invece, è come se ci fosse una generazione in meno, a separare i giovani dalle barbarie: non sono i nonni a raccontare della dittatura, ma sono i genitori. Questo è il caso dei miei suoceri, i genitori di @cryptowife, che in quei tempi erano studenti.

Succede allora che, durante una cena qualsiasi, una persona adulta ti racconti episodi e memorie di quel non così lontano periodo. Ognuno ha il suo ricordo, o forse dovrei dire trauma, perché non ho mai ascoltato memorie piacevoli di quel periodo.
Un po’ tutti conosciamo a grandi linee gli eventi che portarono alla dittatura in Cile. Era l’11 settembre 1973 quando con un golpe militare il generale Augusto Pinochet prendeva il controllo del paese. Nel palazzo presidenziale moriva Salvador Allende, leader del partito Unidad Popular, che era stato eletto Presidente del Cile il 4 settembre 1970.

Pinochet rimase al potere per quasi 17 anni, eliminando con ogni mezzo - omicidi, torture e repressione - i suoi oppositori. Nel 1988 si svolse un plebiscito nel quale vinsero coloro che dissero no al proseguimento di quel governo e nel 1989 ebbero luogo libere elezioni democratiche.

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Lei è Veronica, la madre di @cryptowife, alla quale ho chiesto di raccontarmi della dittatura e che mi ha parlato dei suoi ricordi.

Quando c’era Pinochet, c’era anche il coprifuoco: nessuno poteva uscire di casa dopo mezzanotte. Se la polizia ti trovava per strada ti portava in prigione.
Successe una sera che stavo tornando da una casa di amici, non era ancora passata la mezzanotte, quando una camionetta della polizia si ferma e mi carica. Portata alla stazione, gli agenti avevano l’intenzione di violentarmi. Fortunatamente arrivò un capitano che vide che indossavo la divisa da studentessa (avevo allora 17 anni) e ordinò che venissi rilasciata. Tornai a casa spaventata, ma incolume.

Un altro ricordo indelebile è quando mi trovavo in un parco di Santiago con un amico. Non stavamo facendo nulla di male, chiacchieravamo seduti sul prato. Arrivarono i militari e iniziarono a picchiarlo. Non c’era un motivo, forse sembravamo soltanto un po’ diversi e felici. Con il calcio del fucile iniziarono a colpirlo in testa. Io mi gettai su di lui e gli agenti mi buttarono a terra. Iniziai a gridare che ero incinta, anche se non era vero, e così mi lasciarono in pace. Intanto il mio amico sanguinava a fiotti dal cranio e i militari se ne andarono. Cercai disperatamente qualcuno che mi aiutasse a portarlo in ospedale, ma nessuno voleva caricarlo in auto perché perdeva troppo sangue. Dovetti trascinarlo io stessa fino all’ospedale e riuscirono a salvarlo.

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Lui invece è Sergio, un amico di famiglia. Anche a lui ho chiesto cosa si ricorda della dittatura.

Molti della mia famiglia erano militanti comunisti. Mio zio lavorava nel partito comunista e venne imprigionato. Anche quando la dittatura terminò, non dimenticò mai totalmente le torture subite e una volta all’anno aveva una crisi di panico. Un giorno, ai tempi del carcere, gli dissero che sarebbero andati a buttarlo in pieno oceano da una nave: un professore che era imprigionato con lui disse ai militari di lasciarlo vivere e di uccidere lui, al posto suo, che era ormai vecchio. Così ebbe salva la vita, ma non si evitò la prigione.

Per quanto mi riguarda, ero diventato da poco maggiorenne e fui costretti ad emigrare con mio fratello in Argentina. Ho vissuto lì per dieci anni e tornai in Cile soltanto nel 1990. Ho vissuto lì la mia giovinezza, lavorando e avendo diverse fidanzate. Dovevo comunque stare attento agli agenti dei servizi segreti che arrivavano in Argentina per prendere i nomi di noi rifugiati.

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Le stime più recenti, del 2011, parlano di 40.018 morti e perseguitati nel periodo di Pinochet (fonte). Oltre a decine di migliaia di vittime, ci furono anche decine di migliaia di carnefici. Molti di questi, vittime e carnefici, sono ancora vivi oggi. Alcuni perdonano, altri serbano rancore, alcuni sono in prigione, altri sono in libertà. I più, cercano di non parlare tanto di quel periodo.
Torno con la mente in Italia, alle storie che mi raccontava mio nonno, il quale per tutta la vita non rivolse più la parola a un compaesano che l’aveva minacciato di morte ai tempi della guerra. E, in prospettiva, penso a quanto tempo ci vorrà ancora perché le tante ferite che la dittatura ha aperto in Cile possano rimarginarsi.

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