Li vedo per la prima volta in una grande stanza dove hanno appena terminato una lezione di matematica.
Mi hanno dato 30 minuti per fare un esperimento.
15 bambini e bambine di quinta elementare che ho pregato di attaccarsi sulla maglietta un pezzetto di carta con il nome e la città di provenienza.
Dico loro che sono di Roma. Qualcuno mi chiede se conosco il Colosseo. Mi vengono le lacrime.
Mi metto anche io un cartellino con il nome.
Li avviso che prima di tornare a casa ho bisogno del loro aiuto per capire una cosa.
Mi sembra di aver catturato la loro attenzione.
- Sapete dirmi che cosa significa parlare?
Sono certa che si stiano domandando se sono fuggita da un ricovero psichiatrico.
- Tu, con i capelli a spazzola. Il nome è straniero, mi sembra Haron, ma non voglio sbagliare.
Si alza.
- Mi chiamo Haron Mattia. Ecco, ora ho parlato, questo significa parlare.
Guardo gli altri.
- Siete d’accordo?
Si alza una ragazzina con le lentiggini. Si chiama Chiara.
- Parlare significa che desideri dire a qualcuno una cosa e gliela dici.
- Qualcuno pensa qualcosa di diverso o siete d’accordo con Chiara?
Alza la mano un cicciottello di origine friulana. Si chiama Francesco.
- Parlare significa chiedere qualcosa perché magari stai male.
- Quindi, secondo voi, parlare significa chiedere aiuto, o chiedere un bicchiere d’acqua o una matita per scrivere i compiti.
Comincio a temere di annoiarli.
Un piccolino che si chiama Carlo mi guarda, sembra timido, o magari è solo magro, ma sono sicura che abbia voglia di dire qualcosa. Lo incoraggio.
Si alza e in piedi sembra ancora più piccolo, ma non sembra avere paura di dire la sua opinione.
- Se parlo vuol dire che c’è un’altra persona, altrimenti sono matto. Solo i matti parlano da soli.
Penso a quante volte parlo da sola fingendo di stare al cellulare, solo per fissarmi in mente qualche concetto che devo magari usare al lavoro.
- Mi complimento con te, Carlo, hai introdotto un nuovo argomento. Si parla in due.
Brusio e vocette più acute.
- Si parla anche in più di due, risponde Martina dal secondo banco.
Ha 10 anni come gli altri, ma ha già due buchi all’orecchio sinistro e si veste come un’adolescente sensuale.
- Quindi, faccio per riassumere, parlare è un modo di stare insieme. In due o in più persone.
Mancano 15 minuti alla fine della simulazione. Penso di aver sbagliato linea. Troppo teorica, troppa filosofia da strapazzo. Nel 2018 ancora ci sono le carte geografiche dell’Italia nelle classi delle elementari.
Carlo si alza in piedi di nuovo e con lui anche Simona, una spilungona con gli occhiali e un accenno di seno.
Prima Simona che non ha ancora parlato, dico.
Parliamo per farci capire, per spiegare come ci sentiamo. Parliamo con i genitori se abbiamo bisogno di qualcosa.
Carlo si intromette, lo lascio procedere anche se forse lei non ha finito.
- Se parliamo con un amico è una cosa, se parliamo con la maestra è un’altra cosa.
La distinzione è saggia.
- Certo, aggiungo io, e se dobbiamo parlare con una persona che non conosciamo, magari per chiedere un’informazione, è un’altra cosa ancora.
Annuiscono tutti con qualcosa che assomiglia alla scintilla di un qualche interesse.
Li preparo al rush finale.
- Abbiamo dieci minuti. Scrivete su un foglietto la vostra risposta alla domanda “che cosa significa parlare?”
La domanda è volutamente vaga. Qualcuno prova a chiedere chiarimenti, ma dichiaro che non ne darò. Hanno cinque minuti per scrivere, poi possono preparare lo zaino.
Non posso evitare che si scambino qualche opinione, se non altro per chiarirsi a vicenda il senso della mia domanda.
Arrivano trafelati al suono della fine della lezione. Si affannano a portare i foglietti piegatissimi sul mio tavolo. Li saluto con affetto e li ringrazio uno per uno. E aspetto che sfilino via; ora che avrebbero l’opportunità di andarsene sembra che vogliano restare e capire come va a finire.
Quando ce li dici i risultati. Mi chiede Martina dalla porta.
Non ci sono risultati. Vi ho chiesto aiuto e voi siete stati gentili e me l’avete dato. Grazie ancora.
Non sembra convinta, ma se ne va.
Allungo le gambe e comincio a leggere.
Stare insieme a un’altra persona e dirsi delle cose. Didascalico.
Leggere a voce alta. Accademico.
Dire che cosa si pensa di un problema. Autoreferenziale.
Costruire un’amicizia. Questo l’ha scritto una femmina, sono sicura.
Vincere la solitudine. Probabilmente anche questo.
Passarsi il pallone come quando giochi con un amico a calcio. Questo, invece, più probabilmente l’ha scritto un maschio.
Aspettare di sentire che cosa dice un amico così puoi rispondere. E qui resto sorpresa.
E’ il primo foglietto che mette l’accento sul fatto che parlare è anche rispondere a qualcuno che parla e non solo parlare per primo.
Che parlare non ha senso se non si ascolta.
Che parlare e ascoltare sono le due direzioni della stessa vocazione ad avere relazioni significative.
Mi piacerebbe ricostruire chi ha scritto quella frase. Ma capisco che non ci riuscirò e che, anche se potessi tornare il giorno dopo e chiederlo, non aggiungerei nulla al mio risultato. Che è un risultato straordinario.
Un bambino o una bambina di 10 anni ha elargito un gesto di sapienza a un’adulta.
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