La nostra Cyber-Umanità

L’Eiger è una montagna svizzera, facente parte delle Alpi Bernesi, alta 3967 metri. Nonostante non sia alta quanto il nostro Monte Bianco, l’Eiger ha rappresentato nel ventesimo secolo una tra le sfide alpinistiche più complesse e pericolose. Il versante nord, conosciuto anche come “Il Ragno Bianco”, è una parete verticale che per l’esposizione e l’altitudine è particolarmente soggetta alle forti raffiche di vento, valanghe e frane.

A partire dal 1934, l’uomo sfidò la parete impossibile: alcuni gruppi si ritirarono prima di arrivare in cima, altri non furono altrettanto fortunati. Nel 1935 un gruppo di bavaresi fu sorpreso da una tempesta che li bloccò in parete; morirono congelati in quello che fu ricordato come il bivacco della morte. Un anno dopo, un altro gruppo di tedeschi e austriaci tentò la scalata che si rivelò troppo impegnativa: morirono travolti da una valanga mentre tentavano di tornare sui loro passi.


La parete Nord dell'Eiger, luogo di grandi vittorie e tremende sconfitte per l'umanità - CC0 Image, click for source

La parete fu conquistata per la prima volta nel 1938, in una scalata che durò tre giorni capeggiata dal tedesco Andreas Heckmair; l’impresa non fu comunque priva di infortuni, tempeste e frane scampate per il rotto della cuffia.

Nel 1950 vi fu la prima scalata della parete nord in giornata da parte degli austriaci Leo Forstenlechner ed Erich Wascak che arrivarono in vetta in “sole” 18 ore. Nel 1961 fu completata per la prima volta la scalata in periodo invernale e nel 1963 vi fu la prima arrampicata in solitaria avvenuta con successo.
Nel 1974 Meissner e Habeler completarono la scalata in 10 ore. Nel 1983 l’austriaco Bubendofer salì in quattro ore e 50 minuti.

Il 16 novembre 2015 Ueli Steck batté ogni record arrivando in cima scalando la parete nord in 2 ore e 22 minuti.

Negli anni la parete dell’Eiger non è cambiata: il clima non è diventato più mite, i pericoli sono gli stessi e le frane sono comunque all’ordine del giorno.

Quello che è cambiato è l’uomo ed il suo equipaggiamento: nuove tecnologie per gli scarponi da scalata, materiali più leggeri per lo zaino e l'attrezzatura, vestiti meno ingombranti e più isolanti, barometri, dispositivi gps e così via.

L’uomo ha sfruttato la sua intelligenza per migliorare le sue abilità fisiche; si è evoluto in maniera indipendente dalla natura attrezzandosi per scalare vette (reali o metaforiche) che sembravano irraggiungibili.

L’uomo si è “Migliorato artificialmente” per raggiungere i propri scopi.

Ma questa… Non è un po’ la definizione di Cyborg?


Un cyborg nell'immaginario fantascientifico - CC0 Image, click for source

Lasciamo da parte la fantascienza dove i raggi laser dagli occhi o gli stivali a razzo sono all’ordine del giorno, ma concentriamoci sull’idea di “Essere umano migliorato”.

Pensate a come è cambiata la nostra vita grazie alla tecnologia: fino a una ventina di anni fa noi “millenials” giravamo in macchina con il Tuttocittà, perdendoci tra pagine, quadranti e minuscoli nomi di vie. Oggi, con un qualsiasi smarphone, è impossibile perdersi: basta usare Google Maps. Inoltre pensate a quando passavamo ore a ricordare il nome di quell’attore semi-sconosciuto nella soap opera che vedevamo da bambini: oggi con un qualsiasi motore di ricerca abbiamo l’informazione a portata di click.

Mettendo ulteriore carne al fuoco per i complottisti: dal 2017 tremila svedesi si sono fatti impiantare un microchip sottopelle per l’acquisto di biglietti ferroviari. Attraverso un campo wireless NFC i controllori possono verificare la validità del titolo di viaggio semplicemente scannerizzando la mano degli utenti. Inoltre, è possibile usare questo chip al posto del badge per l’ingresso al lavoro, per effettuare acquisti nei distributori automatici o per usufruire delle stampanti aziendali.

Nella definizione del professore Woodrow Barfield, un cyber umano (ovvero un cyborg) è:

Una persona le cui facoltà fisiologiche e/o mentali sono assistite o dipendenti da un dispositivo meccanico o elettronico.

Secondo questa definizione, un uomo con un apparecchio acustico, una protesi, un pacemaker, una tuta spaziale o un visore per la realtà virtuale è, a tutti gli effetti, un cyborg; lo sei anche TU in questo momento, mentre cerchi su Tripadvisor il ristorante dove cenare stasera o mentre monitori il tuo battito cardiaco sullo sport-watch durante le sessioni di allenamento.

Una versione alternativa del concetto di "Cyber-umano" - CC0 Image, click for source

Nei miei articoli passati ho parlato molto dell’intelligenza artificiale, di come i computer stiano facendo passi da gigante nel “simulare” il ragionamento umano, di come sia possibile programmare una rete neurale capace di esprimere e comprendere concetti non basati sulla logica.

Come è possibile sfruttare queste funzionalità e metterle al servizio dell’uomo?

Non c’è bisogno di tirar fuori Jarvis dei film di Iron Man; i vari progetti di smart-glasses (Microsoft Hololens o Google Glass tanto per citarne due) ci permettono di avere uno strato sovrapposto alla nostra vista dove possiamo “taggare” la realtà per darci una mano nella vita di tutti i giorni. Tutti i dispositivi wearable ci consentono di tenere a “portata di polso” capacità computazionali incredibili.

Perché l’aiuto che può darci la tecnologia (in questo caso, l’informatica) è per lo più mentale: anche senza sviluppare complicati algoritmi di Intelligenza Artificiale, tale upgrade cognitivo ci permette di liberare la memoria (segnando gli impegni su un calendario virtuale o cercando su internet), ci aiuta nella valutazione di un prodotto (recensioni di Amazon o pareri sui social), velocizza le nostre capacità computazionali (usando calcolatrici o fogli di calcolo) e ci permette di comprendere e tradurre lingue diverse dalla nostra (traduttori automatici o corsi di lingua).


Avete mai provato la funzionalità "Camera Mode" di Google Translate? - CC BY-SA 3.0 Image, click for source

C’è anche un altro parametro da tenere in considerazione: da quest’anno il 51% degli esseri umani dispone di una connessione a internet, ed il 30% circa è presente sui social network. L’essere umano non è più da solo, le distanze fisiche sono state completamente abbattute. Possiamo dire la nostra su qualsiasi cosa, in qualsiasi parte del mondo solo con un paio di click.

Sempre in uno dei miei passati articoli ho parlato dell’intelligenza dello sciame, ovvero di come alcuni insetti (ad esempio le formiche) possano assumere dei comportamenti sorprendentemente intelligenti unendo le forze per uno scopo comune.

Internet è un po’ questo: la conoscenza di tutta l’umanità a portata di mouse.

Anche senza avere un’istruzione specialistica possiamo accedere a informazioni che fino al secolo scorso erano solo alla portata dei più eruditi. È possibile accedere a corsi online di ogni tipo, anche gratuitamente: possiamo imparare a suonare il pianoforte, a programmare in Java o a cucinare la torta di mele con lo stesso sapore di quella che mangiavamo dalle nostre nonne… o quasi.

Ci manca solo il jack sulla nuca per poter fare come Neo in Matrix, ed affermare di aver “Imparato il kung fu” nel giro di pochi secondi.

Pillola rossa o pillola blu? - CC0 Image, click for source

Certo, tale mole di conoscenza e la possibilità di usare la rete per divulgare qualsiasi tipo di informazione può essere anche controproducente… ma lo vedo come un normale prezzo da pagare per la nostra definitiva cyber-evoluzione.

Questo futuro vi spaventa?

Beh, a mio modesto avviso non dovrebbe.

Il progresso tecnologico è parte del processo evolutivo umano. Come tale, l’uomo ne deve essere l’assoluto padrone: non dobbiamo temere che l’innovazione elimini tutto ciò che ci è rimasto di umano, che ci renda dei robot privi di sentimenti… in realtà è proprio il contrario.

Quante volte al lavoro avete passato ore e ore a svolgere lo stesso compito meccanico, solo perché non c’era la “Possibilità di fare altrimenti”? Ecco, la tecnologia può liberarci da questo peso, lavorando al posto nostro e regalandoci del tempo libero da passare come più vogliamo. La nostra evoluzione in una cyber-umanità dovrebbe, in qualche modo, rompere le catene della routine e la ripetitività della vita moderna.

Possiamo scalare quella montagna in sole due ore, invece di impiegarci tre giorni. È così che la nostra deriva cibernetica non può che renderci ogni giorno più…

…Umani!


Fonti e Approfondimenti:


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