Oggi scorrendo la bacheca di facebook, da uno dei miei contatti ho visto condiviso QUESTO ARTICOLO di Rigoli.
Dal titolo mi sembrava il classico sfogo o articolo clickbait per generare approvazione da parte dei più giovani, invece l'ho trovato un'analisi interessante di quello che è il gap tra i giovani e i loro genitori quando si tratta della tematica della ricerca del lavoro.
Le frasi che più mi hanno colpito sono state queste:
<<Insomma, dopo che tutti ci avevano detto “Studia così starai bene”, ci siamo accorti che non era così. E hanno pure cominciato a dire che era colpa nostra che eravamo stati abituati bene e che dovevamo adattarci. [...] Perché dopo averci riempito la testa di cacate sul posto fisso, sul lavoro, su tutto, abbiamo capito che oggi non funziona così. Noi l’abbiamo capito, voi no.>>
Foto presa da Pixabay
Già prima di finire le superiori, nel 2012, molti della mia età avevano iniziato a capire come sarebbe andata a finire. Tra i vari tagli all'istruzione, le riforme scolastiche applicate dall'allora ministra Gelmini, la crisi e il divario tra scuole e mondo del lavoro chi è uscito dalle scuole si è ritrovato davanti a queste opzioni:
- cercare di inserirsi subito nel mondo del lavoro per fare esperienza e curriculum;
- frequentare l'università per ottenere un titolo di studio più alto e aspirare ad una migliore posizione lavorativa;
- adattarsi a quello che capita nella vita.
Con un mercato del lavoro sempre più saturo e con sempre meno possibilità, quelle che erano le certezze propinate da genitori e parenti si sono trasformate in aria fritta per noi giovani. Peccato che loro sono ancora convinti che le cose stiano ancora bene, come quando erano giovani loro e c'era il boom del dopoguerra o degli anni '80.
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Alla lettera di Rigoli aggiungerei anche l'evergreen "se fai vedere che hai voglia di lavorare e di imparare ti prendono" che snocciola mio padre ogni volta che intavolo questo discorso.
Ai colloqui adesso vogliono vedere gente che professa eterna fedeltà e disponibilità oraria all'azienda prima ancora che ti descrivano il lavoro.
Dobbiamo mostrarci motivati e determinati quando dall'altra parte iniziano a mettersi avanti con "sono 6 mesi, con la possibilità che vengano rinnovati con un altro stage. Ti faremo sapere entro 10 giorni, devo tenere altri colloqui." (ormai non rifilano più la falsa speranza che ti assumino a tempo indeterminato o con contratti "veri").
Ora per superare un colloquio bisogna essere bravi a dare le risposte fatte a domande come "pregi e difetti?" o a test del tipo "se il tuo aereo atterra d'emergenza in mezzo al deserto cosa recuperi per prima cosa?", il tutto nascondendo segni di tensione.
Da avere una buona attitudine siamo passati a dover essere dei bravi attori.
Foto presa da Pixabay
L'articolo parla di restare e rimanere a combattere a denti stretti gli errori di nostri predecessori. A me pare un arrendersi alla situazione e farselo mettere nei ciapet volontariamente, sperando che prima o poi le cose migliorino tirando avanti. Cosa che potrebbe succedere, ma il messaggio che mi traspare è "siamo nella merda, navigaci e conduci la nave mentre il quarantene condivide buongiornissimi. Se emigri e lasci le cose come stanno sei uguale a Schettino".