Ritratti&Racconti

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Una mano poggiata su un ginocchio, teste che si avvicinano sussurrando parole in codice.
Quel codice particolare che solo due persone che condividono la vita, intimità e quotidianità, intesa e complicità, possono avere.
Scarpe gialle lui, stivali neri lei. Si alzano. Mano nella mano. Sfiorano, nell'alzarsi, un uomo alto in occhiali scuri.
Una chitarra inizia a suonare. Una voce inizia a cantare, tra un saliscendi di passeggeri nell'affollata metropolitana in un giorno di festa.

"Canto perché non so fare altro, statemi a guardare".

Un cantautore metropolitano scosso dall'andirivieni di una città in perpetuo movimento.

"Che ne pensa di partire?
Sono strani in questo mondo,
diamo spazio ad altro.
L'estate bacia l'inverno,
Tempo giusto per viaggiare.
E allora vai, e se puoi non tornare."

"Eh mo scendiamo, Pasquale!"
Sottolinea spazientito, in un forte accento napoletano e rivolgendosi a un invisibile interlocutore, un signore che potrebbe essere uscito direttamente da una commedia edoardiana.

Quotidiano sottobraccio, pantalone e scarpe classiche, giacca dal taglio pregiato e berretto, occhialini sul naso, statura bassa ma dignitosa.
Parla con se stesso o con un qualcuno che ne accompagna il cammino ma che la moltitudine che lo circonda non è in grado di vedere.
Sta andando a casa, è ora di pranzo. Ha deciso già cosa cucinare.
Ha fatto la spesa, gli ingredienti sono pronti a casa che lo aspettano. Minestra di verdure e una bella fetta di Auricchio.
Come gli piace, quel sapore forte che sa di terra, campi verdi e di natura. Gli ricorda la sua infanzia, dura ma felice se paragonata alla vita che ha avuto poi.
Il pasto principale delle sue estati al paese era una fetta di pane e ricotta fresca, ancora calda di “fuscella” appena presa dal contadino della casa accanto.

È un tipo metodico, abitudinario, preciso.
Ogni mattina alle sette si alza. Va in bagno, tappa la vasca e apre il rubinetto dell’acqua. Il sonoro scrosciare gli fa già prefigurare i 20 minuti piacevoli che lo attendono nell’acqua bella calda e profumata.
Frattanto, va in cucina, pulitissima , e mette il caffè sul fuoco. 5 minuti ed è pronto. Due cucchiaini di zucchero nella moka e beve la prima tazzina bollente.
Fa il bagno, poi si veste di tutto punto, torna in cucina e fa colazione. Uno yogurt, caffè e una fetta biscottata con la marmellata di mandarini che ha preparato lui stesso.

Sono le 9: ora di uscire a comprare il giornale nella piazza sotto casa. Cappello a falde larghe intonato all’abito che indossa, chiavi e occhiali ed esce.
Saluta tutti, conosce tutti, chiacchiera amabile e affabile, affascinante come pochi.

Da ragazzo era bellissimo. Avrebbe potuto essere un attore di Hollywood.
Ha 95 anni ma ne dimostra non più di 70.
Lo dice sempre, ha un credito nei confronti della vita.
La Storia, gli eventi, il concatenarsi di situazioni imprevedibili gli hanno rubato 10 anni di vita, da ragazzo.

Quando la vita dipende da qualcosa più grande di te e che va al di là della tua comprensione, non puoi fare altro che farti trascinare dalla marea e dalle onde che danzano al suono della luna.

Era una notte di luna, quella in cui affondarono la nave sulla quale combatteva per la patria. Era una portaerei, nel Mediterraneo o nel Pacifico, che importa. La memoria fa le bizze a volte, ma ritrova lucidità nel ricordare quei momenti, chiari e nitidi, nella mente.
Era estate, un boato nella notte, tutti in acqua per sfuggire al nemico. Una fotografia stretta al petto, la paura che fa trovare il coraggio di saltare nel buio.
Uno
Due
Tre
Giù, nel nero del mare, nel ventre caldo che protegge e nasconde. Ma non basta.
Ricorda i compagni, mai più visti. Forse è l’unico sopravvissuto, chi lo sa.
Passò 10 anni in un campo di prigionia, chissà dove. Ma ricorda che lo trattavano bene, con un minimo di decenza, perché era giovane e forte e utile nei tanti lavori pesanti che costituivano le sue attività quotidiane.

La famiglia credeva fosse morto. Quando torno, era un fantasma che doveva riadattarsi alla vita di un paesino campano della metà degli anni ‘50, quando tutto stava già cambiando. Ma era sempre sereno e sorridente, come nella piazzetta sotto casa.
Non ne parlava spesso, di quegli anni. Ora di più. La vita passata e vissuta in due, L’amore conosciuto e riconoscente, gli anni che passano e le epoche che si accavallano, cambiando tutto ma restando sempre, profondamente, gli stessi.

La necessità della memoria e del racconto da ritrovare e tramandare.
Un mondo e un tempo che girano in tondo, rincorrendosi.

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