Aldilà il mio voglioso sguardo,
di quel minuto spiraglio,
che da un antro cupo ma fiero,
m'apre avanti la vita del mondo,
cercavo l'origine ultima
dell'esser così mio pensiero
e vedevo come passa la vita,
che in un dì si rispecchia l'essenza.
Ricordo quell'albero coi suoi fiori
e ora la pioggia li ha tolti crudele
ma in cambio sì degno gli porta la vita;
rammento il bel Sole, alto e sincero,
ch'è ora coperto dalle nubi
così folte che oltre non vedo.
Dannata la casa che fra me si pone
e toglie la parte del mondo migliore,
non resta che un sogno da ricreare
partendo dalle due misere cime,
che non altro mi rende
dei due soli alberi verdi
che forse tra molti rigoglian.
Sento i soavi fringuelli
e il soffio morbido e cupo del vento,
rotti malamente dagli acri
stonati rumori umani
che riportan il mio vagheggiar a sua real meta,
che forse era meglio esser perduta.
Più mi dilungo e più m'affretto,
che ad ogni istante men tempo rimane,
è così che ogni uomo non coglie
soave il messaggio gentile
che gli giunge chiaro dal mondo di sempre,
che non vuol essere umano,
è così ch'è la vita,
una falsa clausura dai sensi elevati
che un tempo eran noti e or son scordati.
Povero uomo ignaro e svogliato
che soffre in silenzio subendo il destino,
senza nemmeno esser consolato
dal reale valor che la gioia concede,
povero egli che ormai esso non vede.
aprile 1990