C’
erano due ragazzi allora nella città, ed erano amici la notte e il giorno.
Camminavano assieme nelle strade e stavano assieme dentro i bar e le sale da ballo, e andavano dietro alle stesse ragazze.
Erano amici come forse tanti altri lo erano, ma loro credevano, in quel loro rapporto, di essere speciali.
Forse furono proprio quelli gli anni giusti, gli anni in cui quei due individui camminavano nelle strade, nelle piazze, e nei giardini della loro città.
« Avete delle patate bollite? Se ne avete ne vorrei due.. no, meglio tre. Intere mi raccomando, non affettate intere e belle calde. Tre, completamente scondite.
Sono venuto qui perché mi hanno detto che si mangia bene. »
« Mi scusi non dovrei importunarla ma avrà notato che è da un po’ di tempo che la guardavo. [...] Così, solo per soddisfare una piccola curiosità: ero interessato a sapere se lei è una prostituta.. »
« Il gioco è un’avventura stupenda, molto maschile; io non potrei mai giocare a un tavolo con delle signore, ma in queste pause si sente la loro mancanza. »
Chi lo ha visto avrà capito che si tratta del film di Pupi Avati Regalo di Natale, del 1986, al quale voglio rendere omaggio in questo periodo di festività. Non mi sentirò scontato ad unirmi al coro di chi considera monumentali le interpretazioni degli attori, nessuno escluso; a mio avviso con particolar merito ad Haber e Delle Piane, sebbene quest’ultimo “aiutato” dal ruolo carismatico e singolare del suo personaggio. Singolare come egli stesso chiama l’episodio che racconta al tavolo in una pausa.
I posteri colleghi di Lele Bagnoli, recensori di questo capolavoro del maestro bolognese, che consigliano di non guardare il film in mancanza di conoscenze base del poker non sono mai stati così lontani dalla realtà. La partita al tavolo verde è solo l’occasione per dipingere magistralmente la metafora della vita in tutta la sua amarezza e spietatezza, con un finale - dal colpo di scena nemmeno poi così imprevedibile - cinico e per niente lieto. Gli aspetti tecnici del gioco, seppur presenti e forse ricercati, sono solo accennati e anche la persona più avulsa dal mondo delle carte, senza minimamente risentire della propria ignoranza in materia, può godere di questa sfida psicologica che prende le sue mosse dal compimento di una truffa.
Non sbaglia invece chi sostiene che la bellezza di un film, ciò che lo fa risaltare sugli altri, risiede nella capacità di mantenere intatto il suo fascino e di generare le stesse emozioni anche a visioni successive, senza diventare obsoleto. Regalo di Natale ha questo dono, lo si può vedere e rivedere senza stancarsi, anzi sempre cogliendo ed apprezzando in uno sguardo, una frase o un’espressione del volto, qualche dettaglio che era sfuggito.
E non sbaglia nemmeno Tonino De Pace quando intuisce che il tempo è una costante anche di Avati per scavare nei ricordi e per narrarli e celebrarli. Il tempo che si dilata e rende infinita una partita (che avrà la sua rivincita anni dopo con La rivincita di Natale, 2004) il tempo che viaggia nelle pieghe del passato dove ebbero origine i rancori ma anche i momenti felici, il tempo presente che porta ugualmente amarezze e fratture insanabili.
La partita di Avati è un corridoio di specchi deformanti, come quelli dei luna park, l’immagine sformata riflessa è quella dell’amicizia. In quel varco, come nel corridoio dell’hotel che percorre Franco alla fine del film, si incrociano i destini delle persone conosciute fuori del luna park e che anche i nostri amici e i nostri antagonisti avranno incontrato in altri contesti, accomunandoci inconsapevolmente. E come le prime luci del mattino dissipano le speranze e le illusioni della notte, mostrando la realtà per quella che è, questi arcani incantatori di cristallo illudono chi vi si specchia, per poi infrangersi a rivelar il triste inganno.