Questo racconto è stato scritto per partecipare a Theneverendingcontest n° 78 S3-P6-I2 di @storychain sulla base delle indicazioni del vincitore precedente
@kork75
Tema: Compiti
Ambientazione: Cucina
Renato guardava la piccola cucina del piccolo bivani in cui aveva appena finito di traslocare la sua poca roba. Scarna, spoglia e ancora vuota, quella stanza non faceva che aggiungere tristezza alla sua già grande malinconia. A poco più di cinquant’anni, Renato aveva perso tutto quello per cui aveva lavorato nella sua vita: la moglie, i bambini, la casa, il ristorante. Dopo mesi di stenti aveva trovato un impiego come cuoco di una pessima tavola calda di periferia, ma grazie a quello era finalmente riuscito ad affittare un appartamento piuttosto che continuare a occupare lo sgabuzzino di un amico. Inoltre erano già diciotto mesi e ventiquattro giorni che non giocava un grattaevinci, né una schedina, né un poker online, e aveva disinstallato dallo smartphone ogni tipo di gioco, compreso un innocuo tetris. Erano tutti piccoli grandi successi che lo avrebbero forse portato a rivedere i suoi bambini e a potersi occupare di loro come un vero padre.
Il pensiero non ebbe tempo di focalizzarsi su Giorgio e Michele che le dita avevano già attivato il pulsante di videochiamata. Come succedeva ogni volta, ad ogni squillo senza risposta l’inquietudine cresceva nel cuore di Renato, e la paura che i figli potessero non rispondergli si tramutava via via in terrore per poi dissiparsi senza traccia appena il faccino tondo di Michele compariva sullo schermo e la sua vocina squillante di undicenne esclamava <<Ciao papà!>>.
<<Ciao tesoro! Come stai?>>
<<Bene, papino! Sto facendo i compiti, qui in cucina. E tu come stai?>>
<<Bene! C’è Giorgio lì? Voglio farvi vedere una cosa! Guardate dove sono!>>
Il figlio minore, ancora troppo piccolo per avere uno smartphone tutto suo, sentendo la voce del padre si era intanto avvicinato al telefono del fratello e guardava il padre coi suoi occhioni grandi e grigi. Renato girò la videocamera e mostrò ai propri figli la sua nuova, piccola cucina, scatenando le loro urla di gioia.
<<Papi, hai una casa! Che bello, che bello, hai una casa!>> strillavano i due saltellando per la gioia e attirando così anche la madre. <<Esatto, tesori miei, ho una piccola casetta, dove se sarà possibile potrò cucinare di nuovo per voi!>>. Alle spalle dei bambini comparve allora la loro madre, con sguardo indagatore. <<E’ vero, Renato?>>. <<Ciao Carla. Sei sempre bellissima. Si, è vero, mi sono appena trasferito. Non è molto ma… è solo mio. Pensavo che magari… non so… forse i bambini potrei vederli qui la prossima volta…>>. Il volto della donna, irrigidito dalla diffidenza di anni di bugie, venne in un istante attraversato da sentimenti contrastanti mentre fissava l’ex-marito. I tanti cambiamenti avvenuti in lui nell'ultimo anno e mezzo avevano del miracoloso, ma il dolore degli anni precedenti era ancora troppo vivido per potergli dare di nuovo fiducia.
Infine abbassò gli occhi e voltandogli quasi le spalle gli rispose evasiva: <<.Ne riparleremo. Ora parla coi tuoi figli. Gli manchi molto.>> e così dicendo restituì il telefono ai ragazzini, che non vedevano l’ora di raccontare al padre le loro giornate.
Quando chiuse la chiamata, Renato si prese la testa fra le mani e pianse a lungo, singhiozzando, come fosse un ragazzino.
Pianse l’amarezza di tanti anni a fare e farsi male.
Pianse l’odio e il disprezzo per se stesso.
Pianse il desiderio di stringere ancora fra le braccia la ex-moglie, di cui rimaneva innamorato nonostante la separazione.
Pianse la nostalgia delle giornate di normalità con loro, a coccolarli con un piatto prelibato o prenderli all’uscita di scuola e aiutarli a fare i compiti in cucina mentre lui si occupava della cena.
Il pianto lo lasciò tremante, e anche dopo che le lacrime non sgorgavano più il corpo era scosso da fremiti che esaurendosi lasciarono il posto ad una improvvisa e profonda stanchezza che gli chiuse le palpebre lì dove si trovava, seduto al tavolo della sua nuova piccola cucina. Si addormentò profondamente e sognò sua nonna, nella cucina della trattoria di famiglia. Lui era ancora bambino nel sogno, ma contemporaneamente era adulto, e come faceva un tempo la guardava mentre lei si affaccendava fra i fornelli per preparare i piatti della cena. Quei lunghi pomeriggi a fingere di fare i compiti mentre lei cucinava erano sempre stati i suoi preferiti, perchè era quello "il loro" momento, suo e della nonna.
“Che fai, Nenè? Non finisci i compiti?” gli chiese la nonna con dolcezza guardandolo per un rapido istante e poi tornando a rimestare nelle pentole sul fuoco. Nessuno lo chiamava più così da quando lei era morta. Renato prese coscienza del tavolo coi libri al quale era seduto a studiare, come fosse ancora uno scolaro, poi rispose alla nonna: “A che serve studiare, nonna? La trattoria non è più mia, ho perso tutto quello che la nostra famiglia aveva costruito, e tutto ciò che ho fatto non è servito a niente perché sono un completo fallimento!”. “Vieni, Nenè, facciamo la pasta, porta il tuo libro che verrà più buona.”
Come fosse naturale, Renato si avvicinò alla spianatoia e iniziò a strappare le pagine porgendole alla nonna, che le accartocciava e le impastava con le mani amalgamandole ad acqua e farina. “Non so da dove cominciare, nonna. Io faccio tutti i compiti, ma va sempre male ogni cosa!” si lagnava Renato mentre già la nonna stendeva la sfoglia di pasta col mattarello. E nella pasta si vedevano le lettere delle pagine del libro, e man mano che la nonna affettava le tagliatelle e le metteva dentro i piatti come per magia diventavano già cotte e deliziose e ricche di tutta l’infanzia, quasi che le parole del libro le avessero insaporite. “Nenè, il nonno è contento di te, dice che farai meglio di noi”. Rispose la nonna, semplicemente “Ma cosa ti ha sempre detto? Devi iniziare dalla cucina, è dalla nostra piccola cucina di campagna che noi abbiamo iniziato! E adesso passami la gallina per il brodo”, chiese la nonna tendendogli una mano. Ma mentre lui cercava di afferrare la pollastrella per il collo, questa gli beccò le dita della mano con tale forza che il dolore lo svegliò di soprassalto.
Corse verso il lavandino per mettere le dita dolenti sotto il getto di acqua fredda e si rese conto di aver dormito con la sigaretta accesa in mano, che gli aveva bruciato due falangi. Il sogno era ancora molto vivido nella sua mente, e la nonna gli aveva infuso serenità e coraggio. “Il nonno dice che farai meglio di noi, devi iniziare dalla cucina!”, gli risuonava in testa come un ritornello. Si sentiva finalmente motivato a fare meglio, e i progetti iniziarono ad affacciarsi nella sua mente. Forse avrebbe potuto inserire nuovi piatti nella tavola calda in cui lavorava, o migliorare quelli che già c’erano. Magari avrebbe potuto cercare anche un nuovo lavoro con la prossima stagione, in un posto migliore. Intanto, però, la prima cosa da fare era andare a fare la spesa e riempire quella piccola cucina di tutto ciò che era necessario a renderla una casa. E con questi pensieri e molti altri ancora che gli vorticavano in testa, uscì chiudendosi la porta del suo nuovo inizio dietro le spalle.