Questo racconto è stato scritto per partecipare a Theneverendingcontest n° 87 S2-P8-I2 di sulla base delle indicazioni del vincitore precedente
Tema: Sconfitta
Ambientazione: Olimpiadi
Inaspettatamente Maria si rese davvero conto che per lei quella era stata l’ultima volta sulla pedana assieme alle sue compagne di squadra.
Sapeva di avere già 27 anni, di essere arrivata lontano abbastanza da poter definire “completa” la sua carriera di ginnasta. L’aver capitanato le sue compagne, poi, era stata una soddisfazione quasi pari all’oro olimpico dei 19 anni, apice della sua carriera.
Lo sapeva, eppure le sembrava una possibilità così remota da averla confinata in un angolo della sua mente e lì abbandonata in attesa di affrontarne la dura consistenza. Lo sapeva, ma dentro di sé non lo aveva ancora realizzato del tutto, non ne aveva preso coscienza, mentre in quell’istante la consapevolezza l’aveva schiaffeggiata in pieno volto e una morsa l’aveva colpita allo stomaco.
<<Signorina Amenta, si sente bene?>> Le chiese il giornalista mentre vedeva la sua titubanza e lo sguardo smarrito. In un momento Maria tornò alla realtà e riuscì a riprendere la padronanza di sé stessa, sfoderò un sorriso e riprese l’intervista chiedendo di ripeterle la domanda.
<<Dicevamo, dunque, che questa probabilmente sarà la Sua ultima Olimpiade. Che progetti ha per il futuro?>>.
Maria rispose con sincerità: <<Non ci ho ancora pensato, fino ad oggi mi sono concentrata sempre e solo sugli allenamenti e sull’obiettivo: arrivare alle gare di quest’anno. Tutto il resto, compresa la mia vita privata e i progetti per il futuro, è passato in secondo piano. Ci sarà tempo per pensare a cosa fare domani. Solo così un’atleta può costruire la vittoria, lavorando duramente giorno dopo giorno senza pensare ad altro che al prossimo traguardo.>>
Conclusa l’intervista, Maria attraversò i corridoi del palazzetto olimpico. La morsa allo stomaco non si attenuava, e i muscoli aggrovigliati si espandevano come serpenti nell’addome, addentando senza pietà gli organi limitrofi. Si guardava attorno osservando il panorama a lei così familiare degli atleti e dei loro allenatori in procinto di disputare nuove gare, o felici per l’esito di quelle già concluse, o in lacrime per l’amarezza di quelle perdute. Tuttavia quel che le scorreva davanti agli occhi le appariva irriconoscibile e nuovo, quasi che lo stesse vedendo per la prima volta, o che lo stesse osservando da uno schermo, percependo se stessa come elemento totalmente alieno rispetto al mondo circostante.
Raggiunte le sue compagne di squadra, tutte più giovani di lei e piene di energia, venne accolta da grida di esultanza per la loro vittoria, che rendeva le ragazze ancora eccitatissime.
<<Grande, Maria! Questo argento è tutto merito tuo!>>
<<Sei forte, capitano, siamo forti! Che Olimpiade meravigliosa!>>
<<Urrà per il capitano!>>
Per un attimo dimentica dei pensieri precedenti, Maria venne contagiata dall’entusiasmo delle compagne e dalla gioia per la vittoria, che andava assolutamente festeggiata! La conversazione si spostò immediatamente sui preparativi per la serata, dove andare, con chi, cosa visitare nel poco tempo di soggiorno rimasto in quella città sconosciuta e così esotica rispetto all’Italia. Nell’eccitazione del momento, Maria si distrasse del tutto e rilassandosi anche i serpenti si addormentarono.
<<Lo hai sentito, non è vero?>>. Maria aprì gli occhi e guardò il viso slavo di Petra, la loro allenatrice. <<Cosa?>> le chiese. <<Ti osservo da ieri, Maria. Sei pensierosa, un velo di tristezza ti incupisce gli occhi e guardi il mondo e le persone attorno a te con commozione, come se non le dovessi rivedere mai più. Non sei la Maria di sempre, quella che va dritta alla meta. Sei cambiata. Tu hai sentito il pugno nello stomaco, tu hai capito davvero cosa significava per te disputare queste Olimpiadi.>>
Senza che lo volesse, senza che lo desiderasse, le lacrime cominciarono a sgorgare irrefrenabili rigando l’ovale asciutto del suo viso. L’allenatrice sapeva. Lei era un’amica e una collega, e sapeva. Aveva allenato tante atlete, lo era stata lei stessa, e a tante aveva detto addio quando la loro carriera era finita. <<Troverai la tua strada, sei in gamba. Ti ho visto sempre reagire alle difficoltà facendo ancora meglio: saprai cogliere anche questa occasione per correre spedita verso la prossima meta.>>
Maria non disse niente, solo pianse, a lungo, in silenzio, su quella poltrona nella hall dell’albergo, mentre un cappuccino si raffreddava ignaro d’avanti a lei e la sua amica Petra le rimaneva accanto con una mano appoggiata sulla sua.
Domani avrebbe reagito, si sarebbe rialzata. Non avrebbe abbandonato la ginnastica: non poteva, l’amava troppo per allontanarsene.
Ma non quel giorno. Quel giorno non provava altro che amarezza, come dopo un'immeritata sconfitta. Ecco: quello era l’unico sentimento che la pervadeva, cellula dopo cellula, dalla cima del capo alla punta dei piedi, quello era il modo in cui si sentiva: semplicemente sconfitta.