Tra moglie e marito...

pataxis(61)
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... come ti viene in mente di mettere il dito?

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Forse tutto inizia dal fatto che mio padre era un medico. Oltre ad aver lavorato quasi tutta la vita in un ospedale, era medico della mutua, quello che oggi viene più correttamente definito medico di famiglia. Nel suo caso questa definizione era quanto mai appropriata, poiché le famiglie avevano in lui un punto di riferimento solido, affidabile, competente, e le persone lo apprezzavano e lo amavano. Ancora per alcuni anni dopo la sua pensione e persino dopo la sua morte, sia io che mio fratello abbiamo riscontrato questo affetto nel nostro quartiere in molti che mostravano di conoscerci ma che noi non conoscevamo affatto.
Ci fermavano per strada e ci stringevano la mano con un sorriso, raccontandoci di lui, di come avesse curato un figlio, un marito, una sorella, di come ascoltasse i loro guai, di salute e non. Ci rimandavano un’immagine che non coincideva con quella che noi avevamo di lui, padre burbero e severo. Non era un padre facile, ma il ricordo che qui mi torna alla mente era il senso di sicurezza che mi dava quando ero malata: grazie a lui per me i medici e gli ospedali sono da sempre entità istintivamente affidabili, rassicuranti, e mi ha lasciato un approccio di familiarità con la medicina, che non ho saputo o voluto trasformare in professione, nonostante le sue timide insistenze quando fui davanti alla scelta della facoltà universitaria.

Molti anni dopo però, anche se per vie molto diverse, ho ritrovato in me quell’approccio, quell’interesse alla “cura”: avvicinarmi al percorso di formazione per diventare mediatrice familiare ha significato anche scoprire che potrei dedicarmi agli esseri umani con modalità che mi corrispondono di più di quanto non sarebbe stato possibile con un camice bianco e uno stetoscopio. La mia vita adulta, infatti, mi ha portato attraverso strade diverse. Una è quella del mio lavoro di insegnante, che amo ancora dopo vent’anni, perché mi offre continui stimoli per mettermi in discussione, da un punto di vista didattico ma soprattutto umano: non esiste classe in cui non mi sia dovuta porre domande su come facilitare le dinamiche positive o correggere quelle negative, di cui a volte sono spettatrice esterna, a volte parte integrante. E ritrovare dopo anni ragazzi divenuti giovani adulti che a loro volta si mettono in gioco sulle loro strade e che tornano a ringraziare la scuola del lavoro fatto insieme, è un regalo che mi dà una gioia che fatico a descrivere e che restituisce senso anche alle giornate buie in cui sembra che nulla di quello che sono e che faccio riesca a penetrare quelle teste spettinate sedute davanti a me.

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Un’altra tappa, il regalo più importante della mia esistenza, arrivato dopo anni di tentativi vani e di delusioni, è mio figlio. Il matrimonio con suo padre si è concluso con una separazione consensuale qualche anno fa, durante tutte le fasi della quale ho creduto di avere come unico obiettivo quello di preservare lui dai nostri litigi e dai nostri dolori. Oggi però mi accorgo che, ben al di là delle buone intenzioni, non sono riuscita a proteggerlo quasi da nulla e, se è vero che non ha mai sentito nessuno di noi due pronunciare parole di critica o di derisione contro l’altro e ci ha sempre visti comunicare e collaborare, è vero anche che il nostro stare male lo ha investito e lo ha ferito.

Dunque è questa voglia di incontrare gli altri e di farmi strumento di pace, dopo aver conosciuto la guerra, ciò che mi ha portato a diventare mediatrice familiare. E il percorso fatto mi ha regalato il fascino dei nuovi strumenti che ho conosciuto, vale a dire innanzitutto la consapevolezza di quali siano le modalità con cui io per prima entro in contatto con gli altri, poi l’attenzione e il rispetto delle loro vie di comunicazione preferenziali, poi ancora la capacità di accoglienza e di ascolto empatico e infine la saggezza della neutralità. Queste non sono sempre le mie doti più naturali, ma ci sto lavorando 😉. Queste però sono le doti di un buon mediatore familiare, che è chiamato non certo a gestire una terapia di coppia, per cui esistono professionisti specializzati, ma a ricostruire le basi di una comunicazione efficace, perché i partner, anche laddove abbiano deciso di separarsi, continuino a sentirsi e a comportarsi come una coppia genitoriale. Perché, come dice il titolo di un bel libro di A. Oliverio Ferraris, "Dai figli non si divorzia".

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