Io quel giorno entravo alla terza ora e non ho saputo nulla fino alla ricreazione. Ero uscita dalla mia classe e mi aveva colpito una ragazza di quinta scossa da singhiozzi, in apnea, con dolori di stomaco. Una crisi di panico in piena regola. Mi avvicino preoccupata e un compagno mi spiega che il motivo è un'interrogazione di latino andata male. Possibile...? Possibile. Le parlo, cerco di farle ridimensionare la questione, siamo solo ad ottobre... etc...
La lascio, giro l'angolo e vedo in fondo al corridoio adulti in divisa e altri in camice. È stato come uno schiaffo in faccia, come un tuono improvviso, come una buca in cui il piede cade e si ferisce. Intorno, ragazzi e colleghi con gli occhi attoniti.
Poi, piano piano, dopo che A. è stata afferrata da due uomini adulti, portata in una stanza tranquilla e poi in ospedale, la ricostruzione dei fatti tra di noi, le lezioni successive che non sono riuscita a fare senza parlare di lei, per me sconosciuta, di quella finestra, del carpe diem, della vita che deve far entrare gli altri, chiedendo aiuto, senza chiudere mai le porte. Siamo tutti povere creature fragili, tutti bisognosi di abbracci che ci salvino.
Leggevo ieri il post di @danbadjar, che prendeva spunto da una serie tv per soffermarsi sulle difficoltà dell'adolescenza e per raccontarci, in particolare, la sua esperienza. Ho commentato quel post dicendo che non mi sorride il pensiero di intrattenermi di sera, sul divano, con il suicidio di una ragazza, quando ogni giorno torno a casa con la sensazione sfiancante di non avere i numeri per un compito che di anno in anno si fa più arduo. Tralascio il dato che, al momento, un adolescente ce l'ho anche in casa, dove interpreto il personaggio della madre. Quella che brontola per il caos della stanza, per i calzini trovati spaiati in salotto, che trattiene il respiro fino al rientro serale sempre più notturno, che guarda il presente e cerca di non interrogarsi sul futuro.
Però sono giorni, per non dire anni, che rifletto sulla cosa e così oggi ho preso in prestito il titolo di questo mio intervento da quello di un convegno che si è tenuto mesi fa a Rimini, in cui si è trattata appunto la questione delicatissima del disagio degli adolescenti.
"Gli adolescenti di oggi sono sempre più supereroi fragili: all′apparenza forti e invincibili, nascondono insicurezze, debolezze e vulnerabilità che spesso non consentono loro di gestire in modo efficace e funzionale quella carica di energia turbolenta che li travolge. L′adolescenza rappresenta da sempre un passaggio lungo, complesso e avventuroso. È il tempo delle grandi metamorfosi e delle trasformazioni continue, è un viaggio tutto da scoprire per chi lo vive, ma che appare sfuggente e inafferrabile all′adulto che lo osserva."
Se arrivo in classe con in mano i fogli di una verifica preannunciata settimane prima, non devo più stupirmi se una o due persone sono già in lacrime per l'ansia, prima ancora di controllare che diamine io ci ho messo dentro e se loro sono o no in grado di affrontarla. Eppure io continuo a stupirmene e a lavorarci su, cercando di spiegare fin dall'inizio che un voto è una valutazione data alla prova e non alla persona, che siamo tutti nella stessa barca, tutti ad aver bisogno di verificare il nostro lavoro, loro di qua e io di là. Di là dal fossato coi coccodrilli che tutti tendono a scavare tra il primo banco e la cattedra. Tutti abbiamo scavato quel fossato e lo fanno anche loro, anche se pensarli seduti sui banchi della mia scuola, davanti ai miei insegnanti, per non dire agli insegnanti delle generazioni precedenti, mi sgomenta.
Dopo più di vent'anni di scuola, quello che vedo dal mio osservatorio particolare è un panorama inquietante. Famiglie sconclusionate, bambini perduti nella solitudine delle loro camerette, adulti pieni di sensi di colpa, ragazzi sempre meno attrezzati per gestire la minima frustrazione. Il mondo, tutto dentro a un telefonino.