E poi c'è l'altra angosciante domanda: "Don't you know which clothes even fit me? Cioè, in sostanza, che me porto? Sarà caldo? Sarà freddo? Avrò occasioni eleganti? Sarò libera di starmene solo co' nu jeans e 'na maglietta? Insomma, 'na camurria di fatica mentale.
Ma alla fine riesco quasi sempre a convergere buona parte dei miei neuroni e delle mie energie emotive sul contenitore che dovrà proteggere i miei giorni lontana dal nido e... parto.
Come ho già avuto modo di raccontare a queste latitudini, il mio imprinting con i viaggi in aereo non è stato propriamente sereno e il trauma vero è stato proprio con la sorte della mia enorme, stracolma valigia. Ma non si può restare traumatizzati così, no? Che fai, non prendi più un aereo? In effetti per diverso tempo la mia sfiga bagagliaia se n'è stata in letargo, forse anche perché non è che io abbia avuto modo di sfidarla così spesso. Arriva dunque il giorno, anni dopo, che decido di partire per Parigi col figlioletto e il marito, destinazione segreta il parco di Eurodisney.
Era una sorpresa per Andrea, quindi compriamo quatti quatti in un'agenzia viaggi un pacchetto che comprendeva voli e alberghi. Due giorni prima della partenza realizziamo che il nostro bimbo non ha più un documento per l'espatrio, quindi decidiamo che io dovrò precipitarmi - tra compiti e scrutini di fine quadrimestre - alla questura centrale per i m p l o r a r e di ottenerlo in tempo reale invece dei soliti giorni previsti dalla pratica. Per farlo, occorre una fotocopia del documento del padre, che non può venire con me causa lavoro: l'homo technologicus si impegna senz'altro in una lotta corpo a corpo con lo scanner di casa che, dopo enne tentativi vani, finalmente decide di sputare una fotocopia della sua carta d'identità. Felice del primo successo, parto per attraversare Roma di primo mattino e portare a termine la mia missione, a tutti i costi. La faccia del poliziotto dietro lo sportello quando, dopo la signora prima di me, io gli ripeto la stessa solfa (non siamo i soli, evviva) sta a significare "non po' esse' tutti 'sti dementi proprio a me", ma non mi perdo d'animo e gli propongo persino di compilare da sola tutto il modulario, se questo può dargli una mano a velocizzare il lavoro. Com'è, come non è, ottengo l'agognato protocollo che attesta che nostro figlio è figlio nostro e che siamo concordi nel fargli varcare i confini patrii. Lo metto nella cartella di lavoro, vado a scuola dove mi aspetta un pomeriggio intero di consigli di classe e, a sera, torno a casa a preparare la valigia. Una sola per tutti e tre.
La mattina la sveglia è all'alba, per prendere il treno Trastevere-Fiumicino e poi il volo alle 9 (non era ancora tempo di check-in online, quindi bisognava arrivare lì due ore prima).
Siamo in treno, assonnati e stanchissimi, ma appena vedo l'edificio dell'aeroporto mi sorge un dubbio leggero e chiedo sommessamente: "Scusa, il documento di Andrea l'hai preso tu, vero?"
"Ma che dici? Sei andata tu a fartelo fare, come posso averlo preso io?!"
E ha perfettamente ragione. Solo che la scema che è in me, una volta ottenuto, l'ha cancellato dal cervello per fare spazio a tutti gli altri guai della giornata. E quindi, ovviamente, il preziosissimo foglio giace silente nella mia borsa di scuola, a casa. Ci precipitiamo al check-in e l'hostess con estrema grazia, sebbene con la stessa espressione del poliziotto del giorno prima, ci dice che c'è ancora margine e possiamo cercare di recuperarlo. Quindi butto giù dal letto mio fratello, vir optimus, che si precipita a casa nostra e ci porta di corsa l'oggetto mancante del puzzle. Felici come bambini che hanno ritrovato la palla perduta, torniamo al banco e ci apprestiamo a fare l'immortale check-in. Io produco il documento del pargolo, la mia carta d'identità e l'homo technologicus fa per tirare fuori la sua. Che - indovinate? - se la ride ancora da dentro lo scanner, dove lo scemo che è in lui l'aveva lasciata DUE GIORNI prima. La faccia dell'hostess non riesco a descriverla, ma sembrava voler dire "ho visto cose che voi umani...". Altro che i cancelli di Orione.
Io mi sentivo così, in un abisso di sconforto:
Decidiamo che non si fa più in tempo ad aspettare di recuperare anche questo documento, quindi ci separiamo: Andrea e io prendiamo il volo previsto e Roberto ne cercherà un altro più tardi, dopo che sua sorella, femina optima, gli avrà recuperato e portato l'altro pezzo mancante del puzzle.
La povera donna al check-in, nel frattempo, mi dice che però ormai non si possono più imbarcare le valigie. Io ho i prodromi di una crisi isterica, per cui alza il telefono e attiva la procedura X678vZkjhjhjhrt456, dicendomi però di fiondarmi al gate perché stanno chiudendo l'imbarco. Mentre trascino la mia creatura incredula (era il suo primo aereo, a proposito di imprinting e di copioni familiari...) in una corsa da infarto, egli piagnucola: "Ma perché ho una famiglia così...?"
Come dargli torto? Ma bisogna essere rassicuranti con i figli, quindi lo sprono come un cavallo al photofinish e come che sia pigliamo 'sto c@@@o d'aereo. Due ore d'ansia silenziosa: sarà l'aereo giusto, sto andando a Rio? Un passeggero tiene in tasca una guida di Londra e io vorrei buttarmi giù dall'oblò. Ma, incredibile, il carrello poggia le sue ruote sulla pista dello Charles De Gaulle e noi scendiamo.
"Bene, tesoro, siamo arrivati. Hai visto che belle le montagne? E il mare?"
"Sì, ma adesso che succede ancora...?"
"Nulla, cuore mio, che deve succedere? Dobbiamo andare a ritirare la valigia sul tapis-roulant."
Lo so, sembra un incubo. Invece è tutto vero: la nostra valigia non era a bordo. La famosa procedura suddetta, trovandoci al Leonardo Da Vinci, ha imbarcato il nostro bagaglio, ma - ci dice l'addetta francese - NON SI SA SU QUALE AEREO. Quindi, ricapitolo con me stessa, sono qui con un bambino, senza marito e senza un paio di mutande per nessuno dei tre. Credo di aver riso, perché piangere mi sembrava troppo poco. Alla ricostituzione del nucleo familiare in terra francese mi sembrava già che tutto il resto fosse roba che potevo pure affrontare: un bellissimo pigiamino con Mickey Mouse per Andrea, delle vezzose mutandine con Minnie per me e dei boxer sexissimi con Paperino per il padre. La valigia ci raggiunse con comodo l'ultimo giorno, in tempo per tornare a casa con un maglione di ricambio.
Direte che basta viaggiare di più per avere pratica di documenti, valigie e aerei. E avrete pure ragione. Infatti passano gli anni, i matrimoni finiscono e i bimbi crescono. Il mio compagno mi propone un capodanno a Marrakesh: sì, no, forse... etc... Vabbe' lo sapete. Saprete anche che con i documenti non vado forte e pure stavolta si scopre che il mio passaporto è scaduto nel precambriano e bisogna rifarlo in tempi record. Fatto, si parte. Viaggio con scalo a Casablanca.
Avete avuto esperienza della Air Maroc? Lasciate stare. All'andata si perd3 la mia valigia e io tra i freddi continentali dell'Atlante devo comprarmi qualcosa di adatto alla bisogna...
Il viaggio è meraviglioso, davvero. E per una settimana dimentico di essere vittima di una fattura di qualche tipo sconosciuto. Ci godiamo sapori, odori e colori...
Confusione carica di vita, di fermento, non sempre di facile decifrazione per noi occidentali...
Poi, mesti mesti per la fine della vacanza, riprendiamo la strada di casa e, poiché siamo dei veri fuoriclasse, si perde anche la valigia nr. 2. Ah, la buona notizia è che la nr. 1 era da sempre rimasta al deposito di Fiumicino, perché qualche genio, prendendola non dalla maniglia apposita ma dal cartellino adesivo, l'aveva strappato rendendola una povera figlia di nessuno.