Tramite amici di amici di amici, avevo trovato un alloggio all'Ile St. Louis: per chi non avesse idea, è l'isola accanto a quella di Notre Dame, il cuore del cuore della città. Un po' come stare sull'Isola Tiberina a Roma, per capirci.
Fichissimo, direte voi. Ma, appunto, veniamo al concetto di apparenza.
Tutto sarebbe davvero fantastico, non fosse stato che la mia "casa" era una cosiddetta chambre de bonne, cioè una delle stanze della servitù che costituiscono il retro di ogni palazzo signorile della snobbissima capitale: un mondo a parte, arrampicato all'ultimo piano su rampe di scale sempre più strette e sempre più fatiscenti (da me si passava dai gradini in pietra a quelli in legno a chiocciola). Se avete visto il film "Le donne del 6o piano", potete capire un po' di cosa parlo, altrimenti guardatelo perché è molto carino. Invece la scena meravigliosa di "Cenerentola" in cui i topini Gas e Giac si incollano la chiave della soffitta in cui lei è stata rinchiusa dalla perfida matrigna e la trascinano puff... pant... su, su, su... la ricordate? Ecco, la mia stanza stava più o meno in un posto del genere. Se poi non avete visto manco Cenerentola, smettete subito di leggere le mie fesserie e correte a riparare. C'è un limite a tutto.
Il mio primo acquisto a Parigi, quindi, non fu un bell'abito elegante, ma guanti di gomma, stracci, spugne e l'essenziale eau de javel, ossia la candeggina. La prima parola che imparai sotto l'urgenza della vita quotidiana.
Parigi è una città molto difficile per uno straniero, a meno che non faccia il turista. Per carità, tutto è estremamente efficiente, così decisamente nordeuropeo. E' difficile perché sono difficili i parigini, a detta del resto dei francesi e di loro stessi, che tuttavia se ne fanno un vanto nemmeno troppo velato. Ricordo una chiacchierata con una giovane estetista da cui ero andata per rendere presentabili le mie gambe all'arrivo della bella stagione; la ragazza mi chiedeva dell'Italia e mi confessava il suo disagio nel vivere a Parigi, pur essendoci nata: - Pensi (ovviamente dandomi del lei) che dove vive mio padre, in Provenza (al sud, cioè come per noi dire a Napoli, anche se in realtà sta vicino alla Liguria), se uno passa sotto casa di un amico può citofonare senza problemi! - Io devo aver fatto una faccia perplessa e aver aggiunto che mi sembrava un fenomeno del tutto normale, così lei aggiunse che a Parigi, invece, è considerato disdicevole irrompere nella vita di chiunque senza aver preso un debito appuntamento con un debito anticipo. Disdicevole.
Perché Parigi è come la vedete, una meravigliosa bomboniera, per vivere nella quale però devi essere nato confetto, altrimenti ti senti un nocciolo sputato di oliva. Più o meno come mi sentivo io.
Un giorno la mia padrona di casa, già in stato molto interessante al mio arrivo, dà alla luce la sua terza erede (era il motivo per cui mi aveva affittato il suo studio (pronuncia studió e non ti preoccupare se è una parola storpiata dal latino, tanto loro negano di accentare sull'ultima sillaba), visto che il pancione le impediva di inerpicarsi fin sopra il "piano ignobile". Quindi, munita della mia Guide Rouge, la Guida Rossa di tutte le strade di Parigi, preziosa quanto a un cinese il Libretto Rosso di Mao, mi avventuro in cerca della clinica esclusiva in cui si trovavano mamma e bimba per recare loro omaggio. Nonostante il mio strumento infallibile (considerate che a metà degli anni '90 avere un cellulare era un film di fantascienza, avere un navigatore gps poco meno di una visione mistica) mi perdo, così mi rivolgo educatamente ad un signore per chiedere informazioni: - S'il vous plaît, où est Rue de Quelque-chose? - Nessuna risposta. Ripeto sempre gentilmente la domanda, pensando che magari sia un po' sordo vista l'età non proprio verde: nessuna risposta. Alzo ulteriormente il volume, richiamando l'attenzione del tizio, per essere sicura che mi senta. Solo a quel punto lui si degna di voltarsi e di guardarmi e solo a quel punto mi rimprovera arcigno: - Il faut dir bonjour, avant! Che significa, per chi non masticasse il transalpino, "Bisogna dire buongiorno, prima!" Dunque lui mi riteneva una persona ineducata e dunque immeritevole di una risposta, che poi fossi evidentemente straniera e in difficoltà non gliene poteva fottere un cecio di meno.
Non mi ricordo che faccia feci quel giorno a quel prototipo di parigino del menga, spero di aver avuto la prontezza di girare i tacchi con una mossa da tanguera argentina, come farei adesso. Di certo avrei voluto mandarlo a quel fottuto paese e di certo non lo feci, perché ero una ragazza educata e per bene molto più di ora. Quindi ingoiai una delle tante porzioni di Frustration à la parisienne, piatto tipico locale molto indigesto.
Lavoravo in un centro di calcolo per avere a disposizione un pc, visto che all'epoca pochissimi potevano vantare la proprietà di un portatile: il luogo era abitato da informatici della mia età, tutti maschi, che passavano le giornate incollati ai monitor non per indicizzare epigrafi latine, come me, ma per chissà che altra diavoleria. Ci credete se vi dico che in tre mesi tre NESSUNO si è preso la briga di invitarmi a prendere un caffè, ad andare al cinema, o a morire ammazzata? Non cercavo una storia perché ne avevo già una in stand-by a Roma, ma chiunque da noi avrebbe cercato di coinvolgere lo straniero in una comitiva, per una pizza o una goliardata. No? Per carità, mica cercherai calore umano?
Giuro che quando andavo al supermercato a fare spese mi accorgevo di non essere più abituata a sentire il suono della mia voce e così ne approfittavo per chiedere prezzi inutili, indicazioni superflue, per dire Bonne journée! e per sentirmelo rispondere con quel loro tono di smielata gentilezza, finta come Giuda.
Tutto all'apparenza è bellissimo, elegantissimo, pulitissimo. Fuori. Ma provate a mettere il naso all'interno di salotti e bagni privati. Anzi, lasciate stare e tenetevi stretto il senso dell'igiene mediterraneo. E mica parlo del bidet, che è notorio sia una chimera fuori dal suolo italico. Parlo del minimo sindacale, almeno da queste parti.
Confesso che le prime sere, da sola per la prima volta e per la prima volta alle prese con una realtà così diversa dal previsto, ho pianto. Sono stata anche tentata di tornare a casa, anche perché pure sotto il profilo lavorativo quel soggiorno si stava rivelando al di sotto delle aspettative: le biblioteche specialistiche di Roma sono molto più fornite e i pochi colleghi universitari che ho incrociato avevano una conoscenza del latino più o meno del livello che da noi ha una creatura del biennio del liceo. Allora, che stavo a fare lì? Un giorno mi sono risposta che stavo a farmi un pezzo di vita, una prova con me stessa: c'erano modi per trarre da quell'esperienza qualcosa di buono? Dovevano esserci, per forza.
La convinzione che è più saggio abbassare le aspettative e accettare il meglio che le occasioni offrono.
La certezza che quando sono in difficoltà ho un cassetto nascosto in cui conservo delle risorse.
Un bellissimo abito elegante in seta celeste:
Sono tornata a Parigi, molti anni dopo, con la compagnia giusta. E tutto è stato bellissimo.
P.S. Manco a dirlo, la mia collega tornò da Helsinki con racconti fantasmagorici di serate in discoteca e gite in kajak. Ma vuoi mettere il mio vestito celeste...?