La voce dei figli

pataxis(61)
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Come ho detto in un post precedente, sono passata anch’io attraverso il lutto della separazione, fenomeno che negli ultimi decenni, stando ai dati ISTAT, risulta in costante crescita.

Come voi, ho inoltre molte persone intorno, amici fraterni e semplici conoscenti, che hanno vissuto la stessa esperienza. Ho visto e ascoltato storie molto simili, in cui la cifra costante è il dolore, ma anche molto differenti tra di loro per le modalità di gestione di questo dolore: nei casi migliori gli ex coniugi hanno cercato un dialogo e hanno lasciato aperte le proprie porte per il bene dei figli, in altri la sofferenza degli adulti è stata così forte da far loro dimenticare quella dei più piccoli, nei casi peggiori questi ultimi sono stati utilizzati, più o meno inconsapevolmente, per acuminare le armi dei padri contro le madri e viceversa. So di esperienze anche positive, laddove il clima domestico era così teso che la nuova situazione lo ha rasserenato con beneficio di tutti, ma credo che in generale non sia possibile per un figlio, a qualunque età, passare indenne dalla separazione dei propri genitori e conosco diversi ragazzi che portano ferite profonde come conseguenza di situazioni mal gestite.
Questo è quello che mi ripeto da quando è accaduto alla mia famiglia, tanto più da quando sono mediatrice familiare. Grazie anche alla lettura di questo libro, per la tesi finale del percorso di formazione, mi sono domandata quindi se fosse possibile fare una mia piccola ricerca per “dare voce ai figli”, verificando la ricorrenza in loro di malesseri e sofferenza in relazione al fatto che fossero stati o meno preparati all’evento, alle modalità con cui la decisione di separarsi fosse stata loro comunicata dai genitori e al grado di collaborazione tra questi ultimi. Ho verificato infatti che, anche in presenza di bambini grandi abbastanza da poter capire con discernimento ciò che viene loro detto, non tutti parlano con chiarezza di questa decisione, tra le più dolorose che un giovane essere umano possa trovarsi a vivere. Molti anni fa, durante la preparazione della mia tesi di laurea, dedicata all’immagine del bambino romano attraverso la documentazione epigrafica, ebbi occasione di leggere il bellissimo libro della psicoanalista Françoise Dolto, Le parole dei bambini e l’adulto sordo (1988), in cui l’autrice sottolineava come i bambini, anche i più piccoli, siano “esseri di linguaggio”: dunque un’ottica diversa con cui pensare all’infanzia, perché gli adulti si accorgessero che parlano spesso dei figli, ma ai figli non parlano. Naturalmente tutti i genitori in teoria sanno, ma spesso non riescono a mantenere la lucidità per tenerlo presente, che è la qualità dell’interazione fra gli adulti che crea un certo clima e determina l’atmosfera in famiglia, e questo risulta tanto più vero quando è la tempesta a governare la nave, quando la coppia è in conflitto e decide di separarsi.

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Ciò che ognuno di noi deve accettare, progressivamente, è che il partner di un tempo rimarrà pur sempre insieme a noi la persona più importante nella vita dei figli, lavorando insieme per conquistare un livello di complicità nonostante il lutto, oltre il lutto. Siamo esseri governati dal lógos, dalla parola, dice Aristotele, ed è la parola che ci guida nelle nostre relazioni, è la parola che ci fa trovare la strada per incontrarci, per spiegare quello che abbiamo dentro e per ascoltare ciò che esiste nel cuore dell’altro. Anche il linguaggio del corpo è portatore di significati, ma è la parola che ci aiuta nelle situazioni più gravi, quelle in cui dobbiamo piantare semi forti, destinati a dare piante capaci di frutti: dobbiamo trovare le parole giuste, affinché i nostri figli possano perdonarci del dolore che non riusciamo ad evitare loro .
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Alla parola è affidato anche il lavoro del mediatore familiare, che durante il percorso con i mediandi svolge in un primo momento il ruolo del traduttore di significati per ripristinare la comunicazione interrotta tra i due, e infine quello di supporto alla coppia genitoriale affinché sappia gestire nel modo più efficace il coinvolgimento dei figli nella decisione della separazione: dunque sembra determinante comprendere quanto questa fase, che è il punto di arrivo del lavoro di mediazione, sia collegata a tutto il resto del percorso.

Per condurre la ricerca, ho elaborato due questionari anonimi di rilevamento dati: uno dedicato ai figli di genitori separati, compresi in una fascia d’età dai 18 anni in su, considerando il fatto che, per rispondere a domande che indagano sul loro vissuto in proposito, fosse necessaria una maturità emotiva sufficiente o, quantomeno, una distanza cronologica dal fatto; il secondo questionario è stato invece rivolto ai genitori separati, che sono stati invitati a far emergere le loro impressioni sul vissuto dei figli. Per realizzare l’indagine ho utilizzato un sito web apposito, SurveyMonkey, che permette di costruire le domande, di diffonderle in rete e di gestire le risposte per l’analisi dei dati; ho invitato molte persone a compilarli, coinvolgendole tramite Facebook o via e-mail, utilizzando una rete di amici e conoscenti perché l’inchiesta procedesse nel modo più veloce e capillare possibile: ho dato un limite di tempo per le risposte e alla fine ho raccolto i dati, che ho in parte letto tramite lo stesso sito di servizi, in parte inserito in un database per studiarli in modo più efficace.
Considerate le dimensioni del campione, non significativo a livello statistico sul territorio nazionale, il risultato non ha naturalmente la pretesa di costituire uno studio approfondito, tuttavia ho trovato stimolante compiere questa indagine, che considero una testimonianza interessante sul problema. Inoltre, cosa ancora più importante, ho verificato disponibilità e sensibilità delle persone sulla questione: c’è chi mi ha dato suggerimenti per la costruzione delle domande, chi mi ha chiesto spiegazioni, chi mi ha fatto notare limiti e punti di forza. Segno che la questione tocca molti di noi sul vivo.

Questionari:

Figli.

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Genitori.

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Esempi di grafico:

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Anche se sulla base di numeri non così alti da costituire un campione statistico, sembra di poter affermare che nella percezione degli adulti le conseguenze emotive della loro scelta sulla vita dei figli siano molto negative, a prescindere da fattori quali l’età di questi ultimi, il grado di collaborazione tra madre e padre o le modalità con cui la notizia è stata comunicata. E’ interessante confrontare questo dato con quello emerso dall’analisi delle risposte al questionario somministrato ai figli: pur con maggiori sfumature, dovute probabilmente sia al fatto che il campione raccolto era numericamente quasi il doppio dell’altro, sia alla maggiore consapevolezza dei rispondenti, coinvolti in prima persona nel parlare del proprio vissuto, l’impressione di fondo sembra abbastanza confermata. Anche tra chi sostiene infatti di aver sofferto relativamente poco a causa dell’evento, la maggioranza ritiene che la propria vita attuale sia stata decisamente influenzata dall’essere figli di genitori separati (è pur vero che di per sé la cosa può non avere necessariamente valenza del tutto negativa, ma per come era stata volutamente posta la domanda non è dato rilevarlo). Anche il fattore relativo all’età dei figli al momento dell’evento non appare una discriminante in grado di modificarne in modo significativo l’impatto doloroso, così nella percezione dei genitori, come in quella dei diretti interessati. Da notare, invece, il risultato opposto che nella percezione degli uni e degli altri ha avuto la collaborazione tra i genitori sul dolore dei figli: quando sono gli adulti a rispondere, nella stragrande maggioranza dei casi (71%) una cooperazione definita buona o eccellente non impedisce di sentire la sofferenza dei propri figli come molto o abbastanza profonda; nelle risposte di questi ultimi, al contrario, se i genitori si presentano complici il 63% dice di aver sofferto poco o mediamente; inoltre è interessante approfondire più in dettaglio che cosa per i figli caratterizzi una buona sintonia tra i genitori: si vede allora che il 67% dice di essere stato molto o abbastanza preparato alla notizia, il 63% che la comunicazione è stata data dai genitori insieme, il 79% che è stata presentata come condivisa.

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Credo che nell’esperienza personale di ognuno di noi sia possibile verificare quanto questo tipo di vissuto sia diffuso. Nell’ottica di un mediatore, poi, i risultati di questa piccola ricerca confermano la necessità di prestare la massima attenzione al percorso che si compie con una coppia di mediandi: è quanto mai opportuno essere sicuri della stabilità dei risultati ottenuti nelle fasi in cui tale percorso è strutturato, con tutte le sue delicatissime tappe, così che i genitori arrivino con la massima maturità e complicità possibili al momento in cui dovranno comunicare la propria decisione ai figli. Abbiamo visto infatti come una madre e un padre pienamente adulti, che si siano riconosciuti reciprocamente nel nuovo equilibrio di coppia genitoriale, rendano meno intollerabile questo evento, che resta ad altissimo carico di dolore ad ogni età.

Sarebbe molto interessante poter ripetere un’indagine come questa, naturalmente su più larga scala, tra qualche decennio, in un tempo in cui ci piacerebbe pensare sarà ampiamente diffuso quello che Jaqueline Morineau chiama “lo spirito della mediazione”, un tempo in cui le donne e gli uomini di questo paese parlino la lingua della pace e dell’incontro e intendano quella, universale, del dolore dei bambini. Ci piacerebbe pensare a un tempo in cui grazie al nostro lavoro di mediatori i figli saranno tenuti per mano dai loro genitori con maggiore forza, in modo da poter continuare a contare su di loro sempre, anche mentre la nave della famiglia attraversa la tempesta e anche dopo, approdati su spiagge più belle e più serene.

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