Il non-finito

pataxis(61)
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Oggi vorrei parlarvi del "non-finito". Cioè di Michelangelo Buonarroti, cioè di me, di mio figlio, dei miei alunni, di tutti noi. Forse lo avrete presente dagli studi di Storia dell'Arte, forse ne avrete sentito parlare in qualche mostra, forse no e allora tanto meglio perché forse riuscirò a non annoiarvi.

Esempi di "non finito" michelangiolesco sono questi:

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La Pietà Rondanini


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I prigioni

Non si tratta di pezzi lasciati incompiuti per caso, ma volutamente realizzati in questo modo, apparentemente incompleto. Ho sempre trovato questa parte della produzione di Michelangelo molto più affascinante delle sue opere "perfette", come il famosissimo e inflazionato David. Penso che queste meraviglie abbiano un linguaggio da fare invidia a molte avanguardie moderne, capace di veicolare un messaggio che la bellezza assoluta delle opere "finite" non può avere. Intendiamoci, Giorgio Vasari, che non era uno sprovveduto in materia, ammirando la Pietà di S. Pietro, ebbe a dire:

"certo è un miracolo che un sasso, da principio senza forma nessuna, si sia mai ridotto a quella perfezione, che la natura a fatica suol formar nella carne".

Quindi, sostenendo che la sua arte aveva raggiunto livelli che nemmeno la natura sempre raggiunge, lo storico aveva intuito quello che Michelangelo stesso spiegava, cioè che il blocco contiene in sé le forme che lo scultore dovrà soltanto riuscire a far emergere. E' quello che leggiamo infatti in un suo sonetto del 1538 (non sapevate che Mickey era anche ottimo poeta? E' vero, con alcuni la natura è mamma, con altri decisamente matrigna):

"Non ha l'ottimo artista alcun concetto
c'un marmo solo in sé non circoscriva
col suo superchio, e solo a quello arriva
la man che ubbidisce all'intelletto
". (Rime 151)

"Un grande artista non concepisce nulla che il marmo da solo non comprenda già col suo superfluo, e solo quello può raggiungere la mano che segue la ragione"

Ora che c'entrano la scultura, la poesia e tutto il Rinascimento con me, mio figlio, i miei alunni e voi? Prendete un blocco di materia informe e dura. Marmo, pietra, legno. Ognuno ha il suo, chi più resistente, chi più ruvido, chi più arrendevole. All'inizio siamo lì dentro, più o meno nascosti.

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Poi inizia l'opera del grande scultore, che progressivamente leva strati, toglie, scava. Gli incontri fortunati e quelli meno, le scelte che facciamo e quelle che subiamo, le canzoni che cantiamo e quelle che ascoltiamo, tutto affonda le mani intorno a noi per darci forma. A volte sono grandi schegge che schizzano via,

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altre volte minutissimi frammenti che volano lontano senza che ne abbiamo percezione alcuna.

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Ma l'opera non finisce mai, sempre la grande mano della Vita agisce su di noi. Una ruga, un segno, un' espressione nuova. Fin quando ce n'è.

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Tranne dove diversamente indicato, le immagini sono gentilmente offerte da pixabay.com
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