Fonte Immagine Pixabay.com - CC0 creative commons - Statua di Giulio Cesare in pietra
Roma, largo Argentina, 15 marzo 44 a.C.
Mentre si dirigeva senza scorta alla curia di Pompeo e acclamato dalla folla, Giulio Cesare pensava agli avvenimenti dei giorni precedenti; rimuginava, toccando quasi nervosamente la chiave della sua abitazione.
Sì, era stranamente turbato e forse per la prima volta Cesare aveva paura. Nonostante le battaglie vinte con fierezza e le conquiste di grande lustro, il suo stato d'animo era combattuto.
I presagi nell'ultimo periodo erano stati poco favorevoli, per non dire avversi; il maestro Artemidoro di Cnido, l'aruspice Spurinna ed uno schiavo cercarono di impedirgli, per la sua incolumità, di accettare l'invito di Decimo Bruto di presentarsi ai senatori.
Ma lui era Giulio Cesare, uomo vittorioso e uomo di Roma, con l'obbligo di proteggere la città e i suoi devoti abitanti. La decisione per lui non era stata quindi difficile e vani i tentativi di persuasione dei suoi uomini vicini.
Arrivato nella Curia si fermò alla soglia e si voltò indietro; con lo sguardo fiero guardò le migliaia di persone, come fosse l'ultima volta ed entrò. Nel frattempo Trebonio, un congiurato, distraeva il generale Marco Antonio per permettere ai cesaricidi di accerchiare il dictator.
In quell'istante Tullio Cimbro diede il segnale: tirò la toga di Cesare, dopo essersi buttato ai suoi piedi. Venne colpito da Casca e poi dal suo Bruto prima di cadere a terra, ai piedi della statua di Pompeo. Morì brutalmente a seguito di 23 coltellate.