Un approfondimento a parte meriterebbero tutte quelle artiste donne che, in controtendenza non hanno deragliato da quel percorso ideologico e politico segnato dalle Neo-avanguardie.
Al contrario lo hanno perseguito rinnovandolo con le nuove istanze urbanistiche e globalizzanti. Le artiste statunitensi sicuramente hanno un posto preminente in questo settore, e prendendone una ad exempla ci si deve soffermare sull’opera di Jenny Holzer
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Infatti a fianco di Jenny Holzer troviamo altre artiste statunitensi che ne condividono l’approccio sociale, al di là dell’inversione operata dagli anni ‘80 e ‘90, come ad esempio Judy Chicago con installazioni emblematiche. Tra tutte una sua opera che è rimasta memorabile come Dinner Party del 1979.
L’opera consiste in una colossale “cena” imbandita e a forma di triangolo trinitario, simbolo dal quale la figura della donna era esclusa (così almeno nelle religioni monoteiste maschili), ma il pasto e il cibo sono il mezzo stesso di cui la donna è la principale artefice. Tutto ciò stava a significare come la forma sia contraddetta dalla sostanza, e come la cultura femminile sia in realtà la colonna portante e sostenente l’umanità, da sempre il suo cibo quotidiano e in fondo la sua vera essenza.
E ancora Cindy Sherman con i suoi autoritratti fotografici che la ritraggono nei panni di diversi ruoli sociali, alti o bassi che siano (donna elegante, semplice casalinga ecc..). I ritratti si svelano come vere e proprie maschere, che immortalano più che la soggettività, la diversità dei ruoli, che le differenze sociali e culturali impongono alla donna. Nei suoi film tutto ciò appare ancora più approfonditamente, ma la sua soggettività, paradossalmente, riesce comunque a sopravvivere, nonostante la “maschera” imposta dal ruolo sociale. O sarebbe preferibile dire che tali ruoli riportano più che altro il punto di vista maschile appartenente alla fascia sociale volta per volta espressa, e che la maschera rappresenta. Ovvero come l’operaio ad esempio immagina e desidera che una donna o la propria donna si vesta, e così via.
Barbara Kruger
Barbara Kruger come Jenny Holzer si avvarrà dell’arte concettuale nel suo linguaggio espressivo, ma unendolo alla fotografia. Distaccandosi così dal tipo di arte concettuale americana per accogliere la scelta europea di non escludere l’immagine. Le sue frasi campeggiano in installazioni fotografiche che si ispirano ai colori bianco-nero-rosso, tipici della grafica costruttivista russa di Rodchenko. Notevole fu il suo poster realizzato a sostegno della marcia sull‘aborto: Women’s March on Washington del 1989, dove campeggiava la frase Your body is a battleground. Potremmo citare tante altre artiste e solo per la scelta di una rigorosa sintesi ne possiamo offrire un incompleto accenno.
Un accenno che non può escludere Louise Bourgeois , a cavallo tra la cultura europea e quella statunitense di adozione, e di cui si è ampiamente parlato nel capitolo dedicato all’Europa.
Inoltre si deve accennare alla visionarietà di Kiki Smith, che coglie come la fragilità dell’immagine femminile sia legata alla commistione tra il naturale e l’umano, sorto dall’emarginazione della donna e del suo immaginario femminile.
Un altro punto di riferimento, per questo stesso immaginario femminile che si trasforma in lotta per i diritti, educazione, sogno e racconto a disposizione delle nuove generazioni, è Faith Ringgold . Un artista “educata” nel quartiere di Harlem, le cui opere, pachwork di tessuti, sono un inno al “saper fare” femminile, e volutamente raccolgono storie e colori che esaltano l’appartenenza al contesto afro-americano, trasformandola in un umile mosaico di tessuto, come tante donne hanno fatto nel corso del tempo, sottolineando come queste ultime lo abbiano fatto in un completo anonimato.
Laura Owens
Tra la nuova generazione che emerge nel terzo millennio, importante soprattutto ai fini di questo confronto culturale tra le due macroculture che nel corso dei millenni hanno avuto maggior confronto (Est ed Ovest), è l’artista Laura Owens.
L’artista si esprime spesso e soprattutto nella tecnica a inchiostro in grande formato, prendendo dei pattern iconografici orientali come ad esempio la luna tra i rami, ma facendoli propri. Ovvero arricchendo questi modelli tipici orientali con il proprio immaginario e con la propria cultura visiva astratta occidentale. I risultati sono di grande originalità e poeticità, una perfetta simbiosi culturale e altrettanto perfetta fusione tra astrazione e figurazione.