Come ho scritto molte volte quì sul mio blog, c'è in atto un vero e proprio attacco su larga scala ,da parte dei vari poteri che ci governano, contro il nostro diritto alla privacy e all'anonimato su internet, valori che solo pochi decenni fa venivano dati quasi per scontati, come se il web fosse un rifugio rispetto alla cosiddetta vita reale, oggi, invece, sono valori che stiamo mano a mano perdendo.
I vari uffici governativi stanno cercando le scuse giuste per entrarci nel computer, nel laptop, nel tablet e nel cellulare per farsi i fatti nostri, che sia la protezione dei minori o l'anti-terrorismo, ogni motivazione è buona per chiedere i documenti e accertare l'identità delle persone ad ogni accesso, ad ogni post, ad ogni commento, e , udite udite, ad ogni like: infatti, come successo più volte in UK, anche un semplice like dato ad un contenuto ritenuto dalle autorità pericoloso, può ormai essere considerato un reato in questa società del tecno-controllo in cui stiamo vivendo.
E l'Italia non è da meno.....
l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ( AGCM, da non confondere con l'AGCOM) ha sanzionato Apple per quasi 100 milioni di euro, non per aver violato la privacy, ma per averla usata come strumento anticoncorrenziale.
Il provvedimento riguarda l’App Tracking Transparency (ATT), la funzione introdotta da Apple che obbliga le app di terze parti a chiedere un consenso esplicito per tracciare gli utenti a fini pubblicitari. Un meccanismo che, dal punto di vista dell’utente, appare sacrosanto: finalmente qualcuno chiede “vuoi essere tracciato sì o no?”. Il problema, secondo l’antitrust, è che Apple imporrebbe regole più stringenti agli altri rispetto a quelle che applica a sé stessa, creando così un vantaggio competitivo sleale nel mercato delle app su iOS.
Qui entra in gioco la strategia storica di Apple: il “walled garden”, il giardino recintato. iOS e App Store non sono solo prodotti, ma un ecosistema chiuso in cui Apple stabilisce le regole, decide cosa cresce e cosa viene estirpato. Tutto viene giustificato in nome di sicurezza e privacy, valori reali e importanti, ma che diventano anche strumenti di potere. Apple non vende solo dispositivi: governa un micro-sistema economico digitale.
A rendere la strategia particolarmente efficace è il cosiddetto halo effect. La reputazione di Apple come paladina della privacy crea un’aura di fiducia che porta molti utenti a percepire ogni scelta dell’azienda come intrinsecamente positiva. Se c’è un pop-up che limita il tracciamento, allora è per il nostro bene. Le implicazioni anticoncorrenziali, semplicemente, non interessano alla maggior parte delle persone. E in fondo è comprensibile: all’utente medio importa non essere tracciato, non l’equilibrio del mercato pubblicitario.
Il confine, però, tra tutela legittima e power move mascherata è sottile. Apple respinge le accuse sostenendo che le decisioni dell’antitrust favorirebbero i data broker e le grandi piattaforme pubblicitarie. È una classica inversione della narrativa: non siamo noi i monopolisti, ma i regolatori sarebbero “catturati” da interessi esterni. Così una questione di concorrenza diventa una battaglia morale tra bene e male, privacy contro tracciamento selvaggio.
Sicuramente sia Apple che l'AGCM hanno le loro ragioni, ma quello che ci rimette sempre sembra essere l'utente finale, per una volta che aveva qualche tutela della privacy in più, anche se con secondi fini, se la trova sfilata via, in nome della difesa alla concorrenza.
Grazie dell'attenzione e alla prossima.
Immagine realizzata con ChatGPT