Diciamolo chiaramente ed una volta per tutte: qui in Italia la gente è malata di calcio.
Non tutti, ben inteso: ma la maggior parte di noi è cresciuta prendendo a calci un pallone fin da bambini. Il Super Santos ed il Super Tele erano un mito di gioventù, quei palloni che compravi per poche lire dal giornalaio e che sapevano regalarti incredibili emozioni con gli amici di scuola. Le partite a tedesca sull'asfalto condite dalle più rovinose cadute a terra tentando la rovesciata; i dribbling sull'erba e nel fango, dove alle imprevedibili traiettorie aeree del pallone si univano rimbalzi randomici; le porte costruite con i giubbotti in mezzo alla strada, col rischio di venire investito o l'ebbrezza di scavalcare il muro del vicino per recuperare il pallone.
Ecco, io non ero uno di questi bambini.
Almeno non lo ero ancora.
Alle scuole elementari ero così scoordinato che trovavo difficoltà anche sulle altalene. Mio padre era disperato per il fatto che non riuscissi a calciare un pallone dritto per dritto, o anche a correre senza inciampare se è per questo.
Alle scuole medie ho imparato che esistono sport dove si usavano le mani! Ero un campioncino di pallavolo (per quanto si può essere bravi a quell'età) nel ruolo noiosissimo dell'alzatore. Talmente noioso che, finite le medie, smisi di giocare.
Alle superiori seguì un mio amico verso uno sport che ancora adoro (anche se non ci gioco quasi più): la pallacanestro. Saltavo, correvo, palleggiavo, vivevo nel mito di Michael Jordan e seguivo l'NBA. Ero così malato da giocare sotto il sole di mezzogiorno a ferragosto. Roba che oggi finirei direttamente al policlinico in codice rosso.
Poi all'università lo choc: nessuno giocava più a basket. Ma tutti (TUTTI) avevano il pallino per uno sport: il calcio. Anzi, per la sua variante popolare: il calcetto.
Volente o nolente, complice anche il fatto che mi è sempre piaciuto fare sport, ho cominciato a tirar calci al pallone... ricordando quanto fosse difficile tirare dritta quella sfera di plastica o cuoio. Nonostante tutto son sempre stato un testardo: avrò preso non so quanti insulti, occhiatacce e maledizioni ma alla fine ho imparato (più o meno).
E da anni partecipo ad un rito irrinunciabile: ogni giovedì sera, ore 22:00 fino a quando ci reggono le gambe, c'è la fissa a calcetto.
La partita fissa a calcetto è una malattia molto grave che contagia genericamente l'80% della popolazione maschile italiana tra i 18 ed i 50 anni. I sintomi sono i seguenti:
Irrinunciabilità dell'impegno: il giorno della fissa a calcetto è sacro e non può essere impegnato per nessun'altra ragione al mondo. Niente uscite con gli amici, nessun impegno di lavoro o cena dai parenti. Le uniche eccezioni riguardano gli impegni coniugali: anniversari, cene di San Valentino, matrimoni. Questo perché le mogli/fidanzate sono la prima causa di infortunio per un giocatore di calcetto, concentrando le incidenze nella zona di rottura inguinale.
La ricerca dei giocatori: il bello delle partite fisse a calcetto è che il giorno prima della partita, mancherà sicuramente un giocatore. Comincia così la frenesia della ricerca, le mille telefonate ai cugini, cognati o nonni, il dubbio se contattare quel giocatore bandito perché "è un rosicone" o "fa tutto da solo", la gioia nel trovare il decimo e l'amarezza di dovergli comunicare di essere l'undicesimo. Che ovviamente darà buca poche ore prima del calcio d'inizio.
Le discussioni sulla formazione: quando si gioca insieme da tanto si sa come fare le squadre equilibrate. Anzi no: perché Tizio ha mangiato la melanzana alla parmigiana ed è appesantito, Caio torna dall'influenza e Sempronio non viene a giocare da 4 anni e mezzo. Parte così l'animata compravendita dei giocatori tra le due squadre, con accuse del tipo "No così vincete di 10 gol" oppure "Va bene ma allora mi prendo il portiere fisso" o anche "No con queste squadre io non vengo". In caso di estremo squilibrio durante la partita non è insolito arrivare alle ingiurie pesanti, alle mani o, nei casi più gravi, alle coltellate.
La partita vera e propria: la partita è vissuta dai giocatori come una finale di Champions League. Le urla dell'auto proclamatosi "capitano" sul mantenere le posizioni, gli insulti al fenomeno di turno che non passa la palla, gli interventi "duri ma corretti" dell'arcigno difensore centrale. L'esultanza smodata per il gol all'ultimo minuto o la lunga ed insistente sequela di imprecazioni nel caso di gol mangiato. Ci si diverte, si discute, a volte si litiga perché spesso la partita di calcetto è anche un'occasione per sfogare le insoddisfazioni di una brutta giornata.
La decompressione post-partita: quando la partita finisce, negli spogliatoi torna la serenità. Le endorfine prendono il posto del testosterone e si torna ad essere tutti amici e non avversari.
La cosa bella è che ci si diverte comunque anche se nessuno di noi è un fenomeno: ma alla fine questo è l'importante giusto?