La vita di Woody Grant è una vita vissuta ‘senza guardare quello che gli succede intorno’: una vita trascorsa a prescindere. Una distrazione ‘caratteriale’ quella di Woody che però non vuol dire indifferenza, ma essenzialità. Le sue risposte alle domande importanti del figlio David sono di una semplicità logica e al tempo stesso disarmante, quasi ovvie eppure per nulla scontate.
Nonostante questa chiara ed evidente bicromia della pellicola come della vita, non mancano le sbavature e le sfocature nostalgiche tipiche di quei dipinti volutamente dimenticati a metà e delle faccende che restano in sospeso, quando ci si chiude alle spalle le porte della città natale di Hawthorne, Nebraska, per ricominciare a Billings, Montana.
Ma si sa, a volte ritornano: i rimorsi, i rimpianti, i vecchi amori e i nemici di sempre. Ecco allora un figlio, David, a chiudere tutti i conti di un padre che a modo suo ha saputo amare e che, anche solo per questo, merita un ultimo regalo di tenerezza. Un viaggio a ritroso per ritrovare il senso perduto delle cose e per far sì che almeno per una volta si possa credere a tutto ciò che dice la gente.
L’ultimo ritorno per dire un addio a testa alta a tutti quelli che ancora non hanno capito che la forza la ricchezza del vecchio Woody sta tutta nell’amore incondizionato e silenzioso dei suoi figli e di una moglie/donna/madre che lo ha capito, lo ha domato e lo ha salvato e che , tutto sommato, continuerà a farlo. Questa storia di periferia può essere la storia di tutti fatta di relazioni difficili, scelte quotidiane e sensi di colpa opprimenti.
La svolta e la vittoria finale stanno tutte nel potere di un affetto indulgente e delicato.