"Avremo anche giorni migliori" è il titolo della mostra che ho visto ieri mattina. Si tratta di una raccolta di opere di Zehra Doğan: artista, giornalista ed attivista curda rinchiusa nelle carceri di Mardin, Diyarbarkir e Tarso per quasi tre anni. Il reato a lei imputato è propaganda terroristica per aver postato su twitter un suo acquarello ispirato ad una fotografia scattata da un soldato turco. La repressione dello stato presidiato da Erdogan che si scaglia verso qualsiasi forma di ribellione non è riuscita a fermare l'arte di questa donna. Anzi. Durante l'incarcerazione Zehra rafforza ulteriormente le proprie convinzioni politiche, iniziando dall'attivismo femminista. Ogni singola opera è intrisa di simboli e valori antifascisti seppur non tutti siano visibili ad occhio nudo. All'interno del carcere l'artista e le sue compagne riescono a creare una comunità copatta, fatta di condivisione di valori ed esperienze. L'importanza della collaborazione è sottolineato anche dal fatto che, sul retro di ogni opera, Doğan scrive i nomi delle donne che l'hanno aiutata. Il soggetto principale è il corpo femminile visto non più come singolo individuo ma come elemento collettivo. In questo modo due donne che si sostengono e che semplicemente si abbracciano creano una forte immagine di protesta. Il punto di vista di Zehra testimonia la condizione estremamente proibitiva di tutte le detenute, alle quali è negato qualsiasi mezzo che permetta di accedere a informazioni, istruzione, cultura ed attualità. Ma lei ci ricorda che la determinazione è in grado di prevalere su tutto e, in assenza di altri materiali, utilizza tutto ciò che può essere reperito nella quotidianità della reclusione. Così pacchetti e cenere di sigarette, involucri di cibo, bucce e succo di frutta, asciugamani, caffè, capelli e sangue del mestruo bastano per esprimere stati d'animo, valori politici e culturali. Quello che mi ha colpito è che l'intera mostra esterna una narrativa del dolore utilizzando quel linguaggio specifico creato da Picasso nel Guernica, al quale l'artista attinge più volte. Nonostante ciò Zehra riesce comunque a trasmettere forza e ricorda quanto sia importante vivere e pensare in maniera collettiva e condivisa, continuando a combattere individualismo ed egoismo.