Diciamo che in Italia (ma non solo, fidiamoci) il lavoro del bracciante è culturalmente denigrato. Se eri un bracciante ai tempi di mio nonno, non eri nessuno. Eri carne da macello che il padrone poteva prendere, buttare e sfruttare come uno schiavo senza il benchè minimo diritto. Non valevi nulla e la peggio cosa, la tua famiglia non valeva nulla e poteva essere calpestata impunemente. Ed eri pagato una miseria (mi spiace che non ti so quantificare lo stipendio di un bracciante dei tempi di mio nonno, ma mia madre mi raccontava che il suo stipendio era tra i più bassi del paese). Se questi novelli imprenditori poi fossero pure negrieri che pretendono lavoratori praticamente aggratiss, ma chi è quello scemo che non preferisce il reddito di fannullanza? Prima dell'avvento di quest'ultimo, in ogni caso gli studenti piemontesi si sarebbero presentati a frotte (dai miei ex lidi è un tratto culturale che perfino i figli di famiglie benestanti, anzi specialmente loro, erano indotti a guadagnarsi quanto gli serviva per pagarsi gli studi).
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RE: L'infelicità di Albano